martedì 10 novembre 2009

Toglietelo pure, se vi va

Commento sulla sentenza europea del Crocefisso
Pubblicato il 5 novembre sul Quotidiano della Basilicata

Che tolgano pure il crocefisso dalle scuole, come ha stabilito l'altro ieri la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In fondo è solo un oggetto, un simbolo, come molti dicono. Potrebbe essere un bene. La sua presenza scontata e quasi "sputtanata" ci induce spesso a dimenticare che quell'uomo, duemila anni fa, i chiodi li ha avuti davvero, che quell'immagine non é appena il quadretto utile per qualche bella riflessione morale, ma un fatto vero, accaduto, che sfida in ogni istante la nostra vita e il nostro destino di mortali. Non credo che interesserebbe troppo, a un tale che ha detto di essere la “salvezza di ogni uomo”, vedersi difeso come uno dei tanti "simboli culturali".

Lo tolgano pure! Ciò che non potranno mai togliere, a colpi di sentenze, è quel poco che resta della coscienza cristiana nelle scuole: alunni e insegnanti in carne e ossa che vivono la scuola a partire dalla fede e dalla sua capacità di determinare la vita. Tutto ciò, poiché alberga nell'umana coscienza, è di fatto inestirpabile.

Anzi, la mancanza di potere, simboli e appigli formali costringe sempre a una maggiore serietà di fondo. Mai come nei momenti in cui è perseguitata o combattuta, infatti, una proposta religiosa è spinta a fare i conti con la propria “convenienza” e, perciò, ad approfondirsi e svilupparsi: è accaduto con le persecuzioni degli imperatori romani, è riaccaduto nel secolo scorso sotto la dittatura sovietica.

Questa valutazione sull'intangibilità dell’esperienza cristiana e della Chiesa, però, non può esimerci da un paio di giudizi sulle ragioni che hanno determinato la sentenza. Si tratta, con tutta evidenza, di ragioni ideologiche, che nascono da un essere “contro” qualcuno o qualcosa, in questo caso la Chiesa, e non da un dato di fatto della realtà.

Basta un minimo di buon senso per vedere quanto sia innocente quella presenza nelle aule, simbolo del riconoscimento di un popolo in una storia, più che strumento dell'intento “persuasivo” della Chiesa. Non è certo con un simbolo, evidentemente, che si persuade qualcuno al riconoscimento di una religione o di un'istituzione. Per fare questo servono educatori che le esprimano e le incarnino con il loro stile di vita, tanto da risultare attraenti per i giovani. E ciò, naturalmente, vale tanto per il crocefisso quanto per la foto del Presidente della Repubblica (anch’essa affissa in molte aule). Altro che simboli!

Parliamoci chiaro, perciò. Dietro questa presunta battaglia di progresso non c'è veramente la sofferenza di una povera ragazzina "violentata" da quella croce nel suo diritto alla libertà di coscienza. Ci sono un padre e una madre agguerriti, con alle spalle studi legali ferratissimi e importanti associazioni. E c'è una Comunità Europea che non perde occasione per affermare e imporre la propria concezione di laicità formale e senza contenuti.

Si tratti di soggetti che traggono alimento da una cultura che, se inizialmente nasce da un legittimo dissenso dalle posizioni dalla Chiesa, si traduce spesso in un fastidio per la sua stessa presenza e la sua capacità di incidere nello spazio pubblico. Da qui è breve il passo a un sentimento di ostilità, che si esprime anche quando non ve ne siano le ragioni. Si arriva, molto spesso, a godere e gioire per ogni disavventura, incoerenza o scandalo interno alla Chiesa. Esiste ormai, addirittura, un vero e proprio filone culturale che si nutre di questa enfatizzazione dei suoi limiti umani: film, documentari; libri, siti, associazioni, etc.

È da questa cultura che nasce l'attacco all'innocuo crocefisso: lo attaccano, in apparenza, come simbolo religioso. In realtà, però, dà fastidio come simbolo di quella determinata religione e di quella determinata istituzione. Faremo bene ad ammetterlo presto: certe battaglie sono battaglie di ostilità e non di autentico progresso. E perciò, come tutte le cose che nascono “contro” qualcosa e non "per" qualcosa, sono destinate a distruggere senza costruire.

Pino Suriano



venerdì 18 settembre 2009

Caterina, figlia di Socci. Altre notizie sullo stato di salute

Migliaia di visitatori sono arrivati su questo sito per cercare notizie sullo stato di salute di Caterina Socci, figlia del giornalista Antonio, di cui avevo dato notizia nei giorni scorsi. Anche per questo mi sembra opportuno proporre gli aggiornamenti sulla vicenda che lo stesso Socci ha pubblicato sul suo sito.
Qui il link.
Consiglio di leggere ogni parole on attenzione, e di immedisimarsi, per quanto possibile, con la situazione di chi le scrive...

lunedì 14 settembre 2009

Preghiera per la figlia di Antonio Socci

La figlia del giornalista Antonio Socci è in coma per un inspiegabile arresto cardiaco. Si chiama Caterina e ha 24 anni. Riporto le parole con cui Socci lo ha comunicato ai suoi amici e ai lettori del suo sito:

Ringrazio immensamente tutti coloro che in queste ore pregano per mia figlia, Caterina, 24 anni, che si trova in coma all’ospedale di Firenze per un inspiegabile arresto cardiaco.C’è una cosa importantissima e preziosissima che si può fare: pregare! Far celebrare messe e recitare rosari per la sua guarigione è, in questo momento, la speranza più grande. Noi e gli amici lo stiamo facendo instancabilmente, anche con la recita della preghiera per ottenere l’intercessione di don Giussani (ve la copio qua sotto). Io e tutta le mia famiglia ve ne siamo grati. Che Dio vi benedica. Antonio Socci

PREGHIERA: Signore Gesù, tu che ci hai donato don Giussani come padre e ci hai insegnato, attraverso di lui, la gioia di riconoscere la nostra esistenza come offerta a te gradita, concedici per sua intercessione la grazia della guarigione di Caterina. Te lo chiediamo per la sua glorificazione e per la nostra consolazione. Amen.

Sono colpito da queste parole. Un uomo che ha sempre predicato sulla preghiera e sulla fede, ora si trova a viverla come sfida atroce per la sua stessa vita.
E' bello vedere come, prima di disperarsi, provi a chiedere aiuto e a scrivere parole di speranza come queste. Scritte da un uomo che vive in un momento così, queste parole mi fanno sperare per la vita, per l'umanità e per il destino di ciascuno... Auguro a tutti un cuore così, per i momenti belli e brutti della vita..
Chi vuole e può, assecondi la sua richiesta di preghiera.

Pino Suriano

lunedì 22 giugno 2009

La vera rivoluzione del segretario di Togliatti

E' morto Massimo Caprara, segretario del Migliore e cofondatore del Manifesto


di PINO SURIANO

E’ morto, a 87 anni, Massimo Caprara. Segretario personale di Palmiro Togliatti e cofondatore del Manifesto, aveva dedicato anima e corpo all’affermazione della causa comunista. Negli ultimi anni di vita giunse a sconfessare quell’ideologia.

«Il mio modo di non essere più comunista non è diventare anticomunista – ebbe a dire - ma ascoltare e pensare». E cioè, smettere di applicare un’idea sulla realtà (l’anticomunismo, in fondo, è un’altra idea) e cominciare a guardarla per quello che è, per ciò che provoca nel cuore dell’uomo.

Sono parole che mi hanno sempre colpito. Perché si tratta, in fondo, dell’unica vera onestà intellettuale che è richiesta a ciascuno di noi di fronte a questo straordinario mistero che è il nostro “esserci” e il nostro agire da uomini. Guardare e pensare, cioè giudicare ciò che accade davanti ai nostri occhi: è stato questo, forse, il più bell’insegnamento della sua avventura umana e intellettuale.

In questa “osservazione senza pregiudizio” gli capitò di incontrare, alla fine degli anni ’90, il cristianesimo. Il suo fu un percorso fervido e graduale, ma alla fine disse sì.

Non fu solo la carica emozionale del racconto evangelico a colpirlo e convertirlo, né solo l’arguzia dei tanti intellettuali cattolici con cui venne in rapporto. Ma l’incontro con ragazzi poco più che ventenni, già cambiati dal cristianesimo. Lui, il braccio destro di Togliatti, grande intellettuale e collaboratore del Manifesto e del Giornale di Indro Montanelli, cambiato dal volto lieto di tre universitari milanesi? Proprio così! In un pomeriggio di inverno, dopo uno dei tanti incontri nel suo appartamento milanese, al momento del saluto scoppiò in lacrime e disse loro: “Grazie, voi siete le mie colonne!”. L’uomo che aveva stretto la mano e Stalin, sentiva di dover poggiare tutta la vita sullo sguardo e sull’amicizia di tre semplici ragazzi.

Ho avuto la fortuna di sentirgli raccontare dal vivo la sua storia, la sua “vecchia” e “nuova” vita, al Meeting di Rimini del 2002: “Adesso mi sento veramente rivoluzionario – disse alla fine dell’intervento - adesso che non sono più comunista sono veramente rivoluzionario”.

Eugenio Corti, grande scrittore e suo fraterno amico, ha spiegato così la sua “scoperta” (egli stesso amava usare questo termine per descrivere la sua nuova avventura di vita) in una recente intervista rilasciata a Il Sussidiario.net: “Ha scoperto questa cosa semplice e al contempo profondissima, trovando in lui stesso la povertà. Ossia, non considerandosi più come il ricco distributore di una dottrina da impartire ai poveri, ma come egli stesso povero e quindi partecipe realmente dei bisogni umani. Questa è la vera rivoluzione”. Diventare cristiano non significò scoprire una più nuova e bella idea sul mondo e i suoi problemi, ma su di sé. “Riscoprirsi uomo” è il titolo che scelse, non per caso, per la sua bellissima autobiografia. Aveva capito che nessuna rivoluzione, se non cambia l’uomo nell’intimo, è veramente una rivoluzione. Aveva lottato per cambiare il mondo, ha scoperto il bisogno di cambiare sé!

martedì 19 maggio 2009

Chi sa solo di calcio....


"CHI SA SOLO DI CALCIO, SA POCO O NULLA DI CALCIO"

Josè Mourinho,
discorso all'Università di Lisbona
per la laurea Honoris Causa 24 marzo2009

Quanto è vera questa frase... E non vale solo per il calcio!!
Grazie mister! Vincere con te è cento volte più bello!

Foto tratta dal sito di
Gianluca Albanese

sabato 4 aprile 2009

Il coraggio di Papa Benedetto

Propongo di seguito l'articolo inviato nei giorni scorsi al Quotidiano sulla vicenda di Benedetto XVI in Africa, che tanta ha dato da parlare a tanti "sapienti" e "responsabili" uomini politici del nostro tempo.


Ci vuole davvero un bel coraggio! Andare in Africa, dove l’Aids uccide ogni giorno, dove migliaia di persone muoiono di fame e di sete, dove le guerriglie etniche fanno stragi e violenze di ogni sorta, e mettersi a parlare di preservativi. E poi per dire cosa? Che non sono l’arma migliore per combattere l’Aids. “Ma questo su che pianeta vive?”, mi chiedeva ieri una ragazza di 18 anni.

Una reazione spontanea e comprensibile la sua, ma anche frettolosa. Somigliante a quella, di certo meno ingenua, dei tanti media e uomini politici che in questi giorni non aspettavano altro che un pretesto per bersagliare il papa. Magari anche tirando in ballo presunte differenze con il “povero” Giovanni Paolo II, che di sicuro si starà rivoltando nella tomba perché in tanti documenti ufficiali ha scritto esattamente le stesse cose. Le parole di Ratzinger è bene leggerle dal Vatican Information Service, fonte attendibile perché ufficiale: “Direi che non si può superare questo problema dell'Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c'è l'anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l'uno con l'altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto con le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti”.

Parole ben diverse dai tanti titoloni sparati in questi giorni. Ma tralasciando, per una volta, il solito balletto mediatico (che si commenta da sé), vorrei provare a capire, invece, dove Benedetto trovi il coraggio per dire e fare cose del genere. Naturalmente dopo aver scartato, e la cosa mi pare ragionevole, l’ipotesi che possa essere semplicemente impazzito. “Uno il coraggio non se lo dà da sé” diceva Manzoni. E allora, dove prende, Ratzinger, il coraggio per parlare male dei preservativi nei luoghi in cui l’Aids fa milioni di morti?

Credo che le ragioni possano racchiudersi in due principali, in qualche modo comprensive delle tante altre. Il primo elemento di coraggio deriva da ciò che comunemente si chiama “presenza della Chiesa”. E che per milioni di africani non ha la faccia crudele di Ratzinger che Repubblica sceglie ad arte per le sue foto, ma il volto autentico e generoso di migliaia di cristiani che in quelle terre stanno per davvero di fronte all’Aids. Parlo dei tanti movimenti cattolici, dalla Caritas alla Comunità di Sant’Egidio, dall’Avsi di Comunione e Liberazione all’Opus Dei. Insomma, gente che guarda al cuore del problema Aids molto più di quanto non lo facciano i promotori di campagne pubblicitarie, i politici o gli opinionisti sui loro comodi divanetti. Ebbene, quella gente si muove per lo stesso ideale del papa, quella stessa speranza di fede per cui vale la pena aiutare un uomo malato di Aids e stargli accanto nel dolore. Quando il papa parla di Aids, dunque, parla da padre e rappresentante di chi fa tutto ciò, di chi si “mischia” con l’Aids fino a questo punto. Gli africani lo sanno e sanno esserne grati, come dimostra la straordinaria accoglienza di questi giorni.

Accanto a questa prima certezza ve n’è una seconda. Ed è, forse, quell’aspetto della Chiesa che più difficilmente va giù, anche a tanti cattolici. E’ il fatto che la Chiesa si ostini a non staccare mai il lavoro di aiuto concreto da un tentativo di cambiamento della mentalità. A non staccare mai l’umanitarismo dall’umanizzazione. O, per dirla nel modo a me più gradito, l’impegno sociale da quello educativo. Per fare questo c’è bisogno di dare giudizi su ciò che più umanizza, anche in relazione alla vita sessuale.

La cosa non piacerà a tanti, ma sta proprio in questi termini: la Chiesa non si impegna nel sociale semplicemente perché è una cosa buona e basta. Questa, semmai, è la ragione per cui tutti i ricchi d’Occidente fanno un minimo di solidarietà per mettersi la coscienza a posto.

La Chiesa aiuta l’uomo perché ha l’idea dell’uomo come qualcosa di grande, di bello, di straordinario. In qualunque condizione sociale si trovi, quale che sia il suo colore della pelle. E anche (questo fa arrabbiare un po’ di più) quale che sia il suo stato di salute. Insomma, un amore alla vita che non ha paura di essere radicale. Per questo non rinuncerai mai, lo spero, a dire che la sessualità è un dono eccezionale nel quale si gioca la vita umana e non va trattata come puro strumento di piacere. Per questo non rinuncerà mai a un giudizio su ciò che ritiene più umano.

Che bello un papa così. Il suo coraggio mi conferma nella modalità con cui ho incontrato il cristianesimo tra i banchi di scuola, attraverso uomini che mi hanno sempre sfidato così: “Giudica tu, cosa è più vero e più umano”. Su tutti gli aspetti della vita, dalla scuola alla politica, dai rapporti familiari alla sessualità. Sempre fino in fondo. “Perché l’uomo – mi si diceva - è fatto per andare fino in fondo, senza codardia, senza stare sempre con le spalle coperte, come don Abbondio”. Insomma, sempre con il “preservativo”.

E a quell’invito a giudicare “fino in fondo” se ne accompagnava un altro ugualmente affascinante: “Non avere mai paura di dire pubblicamente ciò che tu (e mai un altro per te) riterrai più vero e umano. Senza il problema di dire la cosa più facile e corretta, quella che la mentalità dominante (oggi sempre più buonista) riterrà condivisibile”. Questo coraggio ci ha messo spesso, e ci mette ancora, sotto il fuoco della critica più conformista. Quella stessa critica conformista che oggi il papa non ha paura di tirarsi addosso dicendo cose che a tanti appaiono “fuori dal mondo”. Che bello un papa così: fa venir voglia di non rimanere mai zitti nel proprio angolino.


Pino Suriano

venerdì 20 febbraio 2009

"Non diventiamo come Repubblica e L'Unità"

Un interessante dialogo via mail con Domenico Delle Foglie, direttore di Piuvoce.net

Ho avuto un interessante botta e risposta Domenico Delle Foglie, già caporedattore dell’Avvenire e Portavoce del Movimento Scienza e Vita, nonché coordinatore generale del celebre Family Day nella primavera del 2007.

Gli ho fatto notare, con una mail, che mi pareva poco ragionevole il tono moralistico di un suo commento, per me gratuitamente ostile, su una cena tenutasi nella villa dell’avvocato di Beppino Englaro.

Qui potete leggere il suo commento. Qui la mia lettera e la sua risposta, pubblicata sul sito PiuVoce.net, di cui egli stesso è direttore.


Pino Suriano


mercoledì 18 febbraio 2009

Il Festival di Povia e di Gianni Pittella

Posto di seguito il commento pubblicato ieri sul Quotidiano della Basilicata. Il valore dei fatti è una cosa a me molto cara. Laddove i fattisono messi in discussione e le idee prendono il sopravvento, comincia la "dittatura", politica o culturale che sia.


Prende il via questa sera la 59esima edizione del Festival di Sanremo. Sarà il festival di Bonolis e del ritorno di Mina, ma io lo ricorderò anche come il Festival di Gianni Pittella. Che diavolo c’entra il nostro europarlamentare lucano con il Festival di Sanremo, si chiederanno i lettori? Domanda legittima. E in effetti è la stessa che anch’io mi sono posto quando, tra l’incredulità e lo sconcerto, ho letto la sua lettera al presidente Rai Petruccioli, di cui anche il Quotidiano ha dato notizia nelle scorse settimane (clicca qui per leggerla).

Argomento della missiva è l’ormai celebre canzone di Povia, “Quando Luca era gay”, messa sotto accusa dall’Arcigay per i suoi presunti contenuti omofobi. In qualità di capo della delegazione italiana del Pse, Pittella apre la missiva con toni di pacatezza e rispetto dei ruoli: “Ovviamente non è mia intenzione interferire in alcun modo con la libertà d'espressione e tanto meno con quella artistica…”. Subito dopo, però, arriva la bordata in stile dittatura soft: “Sono tuttavia preoccupato dal fatto che si utilizzi una grande occasione di cultura e di musica, tanto più per il tramite del servizio pubblico radiotelevisivo, per diffondere l'idea che l'omosessualità sia una malattia, una visione di stampo razzista e omofobo che la comunità scientifica ha smesso, dal secondo dopoguerra, di accreditare e che non trova posto nel dibattito culturale e politico di nessun paese civile. Voglio ricordare che l'orientamento sessuale non è una malattia né una scelta”. Poi la conclusione, con un corposo elenco di leggi europee atte a dimostrare la fondatezza della causa sostenuta.

Credo sia interessante mostrare i rischi e le contraddizioni di una simile presa di posizione. La prima contraddizione possono capirla anche i bambini. E’ quella tra la premessa e l’oggetto di un testo. Mi spiego: se io, come Pittella, “non voglio interferire con la libertà di espressione…”, non mi metto a scrivere lettere ai presidenti della Rai per far conoscere le mie personali “preoccupazioni”. Voglio dire la mia su una questione di valori? Faccio un bellissimo comunicato stampa a titolo personale e lo diffondo su agenzie e giornali. Ma non mi permetto, scrivendo lettere a chi ha la responsabilità di un servizio pubblico, di “interferire” (appunto!) nel lavoro altrui. Sarebbe auspicabile, perciò, che si evitassero certe premesse così palesemente false.

Ma non è per far lezioni di correttezza formale a Pittella che scrivo, quanto per un giudizio chiaro sul ruolo della politica e il suo sempre più costante disprezzo per il valore, da tutti riconosciuto a parole, della libertà di pensiero e di espressione. Sì, perché è proprio di questo che si tratta qui. Mi sembra che, sulla base di questo principio condiviso, nessuno debba permettersi, come è giusto, di limitare la libertà di espressione di un omosessuale, la sua possibilità di far valere e manifestare le proprie scelte di vita. Nessuno può impedirgli di raccontare la sua storia in un libro o in una canzone, di difenderla e giudicare dignitosa la sua scelta legata alla sessualità. E nessuno, credo, abbia il diritto di sentirsi offeso per queste dichiarazioni anche quando siano fatte nello spazio pubblico.

Con un minimo di coerenza ideale, però, dovremmo convenire sul fatto che anche altri abbiano lo stesso diritto. Anche quelli che hanno vissuto l’esperienza opposta. L’esperienza del cambiamento, del passaggio dall’omo all’eterosessualità, che è in questione nella canzone di Povia. Anche loro devono potersi raccontare e farsi raccontare, con la stessa dose di orgoglio, dignità e gratitudine per chi li ha aiutati. Interpretare il racconto delle loro vicende come offesa all’omosessualità mi sembra sinceramente irrispettoso. Cosa sarebbero quelli che sono diventati etero, dei deficienti che non si sono saputi accettare, idioti che hanno perso tempo per curarsi di una cosa che non è una malattia? Io preferisco dire (e vale anche per gli omosessuali) che sono uomini che hanno fatto una scelta da rispettare, e se lor signori lo permettono, anche da raccontare. Attraverso i giornali e tutte le forme d’arte che vogliano esprimerlo, comprese le canzoni a Sanremo. Le loro sono storie vere, accadute, ferme lì come pietre.

Sì, storie, come quella di Luca Di Tolve. Sarebbe ispirata alla sua vicenda, secondo l’Arcigay, la canzone di Povia. E’ uno dei giovani che, con l’aiuto della psicologia, ha potuto soddisfare il desiderio di veder trasformata la propria inclinazione sessuale e ora si impegna per aiutare altri per fare lo stesso. Nelle scorse settimane, proprio quelli che si definiscono tolleranti hanno manifestato in protesta davanti al centro parrocchiale in cui Luca organizzava un semplice e innocente momento di preghiera. E proprio in quei giorni lui si è raccontato a tutti su Tempi, settimanale diretto da Luigi Amicone, dove ha semplicemente raccontato fatti (clicca qui per leggere tutto l'articolo). Ne riporto alcuni stralci, che possono piacerci o meno, ma sono fatti, duri e meno malleabili delle idee.

“Me ne andai di casa a diciotto anni – ha raccontato Luca su Tempi - ed entrai in un mondo colorato, affascinante, ricco di persone estroverse, simpatiche e disinvolte. Iniziai a frequentare un ragazzo con qualche anno più di me, a girare per discoteche e festini. Divenni ballerino in una discoteca per omosessuali. […] Nei primi tempi ero molto contento di questa mia vita. Eppure, la sera, quando rincasavo, sentivo come un’ombra di tristezza. Mi sentivo solo, mi mancava qualcosa di vero. E quando guardavo negli occhi i miei compagni vedevo la stessa ombra. Però nessuno lo ammetteva, nessuno lo diceva. Riconoscerlo è uno strappo doloroso. […] Ma intanto continuavo la mia vita dissipata tra i party della città, frequentavo persone importanti della Milano bene, avevo contatti nel mondo dell’alta moda. Eppure ero sempre più insoddisfatto. Se il sesso è tutto, quando finisce quello, finisce tutto. […] Arrivarono gli anni Novanta e arrivò l’Aids. Vedevo gli amici morire, soprattutto vedevo quanto fossero fragili le relazioni fra noi. Quando uno si ammalava, il compagno fuggiva. Ne ha uccisi più la solitudine che il virus. […]Mi feci controllare e risultai sieropositivo. Sono letteralmente impazzito. La malattia mi ha costretto a mollare tutto: l’appartamento in centro, il lavoro, i soldi. Eppure oggi dico che la mia malattia è stata la mia grazia, perché mi ha costretto a riportare a galla domande che il vagabondare di quegli anni avevano sopito ma non spento […] Da qui il ritorno alla fede cattolica. Era un periodo molto confuso, però ero convinto di aver trovato qualcosa in cui poter confidare. Non uscivo mai di casa, se non per andare a Messa. Mi confessai, incominciai a lavorare come commesso, io che fino a poco tempo prima impartivo ordini a due segretarie. Un giorno trovai tra le carte di un amico degli appunti su un tale Joseph Nicolosi, uno psicologo cattolico americano celebre per la sua teoria riparativa alla quale mi affidai […] L’aspetto più bello è stato scoprire che, man mano che instauravo rapporti di amicizia con degli uomini, le mie pulsioni omosessuali sparivano. Cioè, man mano che le mie relazioni diventavano vere, sincere, non superficiali, io imparavo a non sentirmi costantemente inferiore agli altri maschi […] La prima volta che mi sono ritrovato a fare delle allusioni pesanti su una collega è stata per me una situazione incredibile, assurda, gioiosa […]. Poi l’incontro con Tersa, durante un pellegrinaggio a Medjugorje. Mi divertivo con lei, mi piaceva, ci siamo fidanzati. Non sapevo come... insomma, alla fine gliel’ho detto. Quel che mi ha risposto dice tutto di lei: “Luca, quel che sei stato non è più. Importa quel che sei ora”. Dopo un anno di fidanzamento ci siamo sposati. Ora vivo in affitto, non ho più le belle automobili di un tempo, non mi interessa farmi pubblicità. Chiedo solo di poter affermare ciò in cui credo”.

Quello che ho riportato è un breve resoconto di fatti e di esperienze, che sinceramente mi fanno riflettere molto. E forse valgono più di tanti principi teorici e astratti, che li proponga la Chiesa, l’Unione Europea o addirittura il Padreterno. Principi e idee che Pittella e altri (penso all’europarlamentare Agnoletto, che sulla vicenda ha fatto addirittura un’interrogazione in europarlamentare) hanno espresso, peraltro, in linea preventiva e prima che le indiscrezioni dell’Arcigay sul carattere offensivo della canzone fossero effettivamente verificate.

Mi viene il sospetto, a questo punto piuttosto fondato, che contrapporre le idee ai fatti possa servire a ben altro. Forse ad ingraziarsi la simpatia di gruppi di persone che cominciano a essere piuttosto ampi? Gli omosessuali, infatti, votano, spesso proprio per chi difende i loro diritti civili (come è giusto che sia) e, allo stesso modo, votano per chi li difende dalle offese ricevute o presunte tali. Le elezioni europee, del resto, sono molto vicine. La candidatura di Pittella pure. Si capisce, adesso, che c’entra Pittella con il Festival di Sanremo?

Pino Suriano - dal Quotidiano della Basilicata

venerdì 6 febbraio 2009

Enzo Jannacci: "allucinante fermare le cure"

Quasi mai posto articoli di giornale. Voglio farlo oggi con l'intervista del cantautore Enzo Jannacci, rilasciata al Corriere della Sera sul caso di Eluana. Mi ha colpito la semplicità disarmante delle sue opinioni, la loro ragionevolezza. Nessun grande ragionamento metafisico, solo ragioni semplici e evidenti che rischiamo di non vedere più.

MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?
«Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?
«Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto».

Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
«Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...».

Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?
«Bisogna stare molto vicini a questo padre».

Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
«Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».

Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».

Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo?
«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: "Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti". Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, "così può attaccarsi a loro finché vuole"... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però».

Che cosa?
«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri

mercoledì 4 febbraio 2009

Quel che Obama sa di non sapere

Di recente penso spesso alla grande aspettativa che si è creata attorno alla figura Obama. E penso spesso che, se accade questo, la gente non ha davvero più nulla in cui sperare. Non che la sua "abbronzatura" me lo renda antipatico (anzi..) ma credo che tra sè e sè stia pensando spesso: "ma questi si sono accorti che sono un uomo, mica un dio?". Forse proprio lui, che è arrivato al massimo, può capire dove si ferma un uomo.

Pino Suriano

Benedettissima crisi

Il mercato dell’auto è in crisi!!! Ne abbiamo comprato il 32% in meno rispetto allo scorso anno. Tutti piangono. Eppure non è mica male se stiamo smettendo di comprare una macchina per ogni componente della famiglia, cane compreso. Questa mega crisi potrebbe lasciarci un regalo: farci capire che non tutto è essenziale. Io, naturalmente, ho comprato l'auto poco prima degli aiuti di stato. Va bè.. la solita sfiga.

Pino Suriano

venerdì 23 gennaio 2009

Ahi, serva Europa...


Nei giorni della guerra di Gaza, le parole vive e “fastidiose” di Oriana Fallaci


DI GABRIELE RAIMONDI


A chi la chiamava razzista e terrorista, denigrandola e insultandola solo perchè mancava della dose di ipocrisia e abulia necessaria per muoversi in questo mondo politicamente corretto e corrotto: proviamo oggi, nei giorni ustionanti di Gaza, nei forse ultimi giorni di Eluana, nel pieno delle manifestazioni pro-palestina ma molto più ammazza-Israele non tanto dei mussulmani quanto del laido intellettualismo provinciale degli intelligentoni europei, proviamo oggi a rileggere quello che Oriana Fallaci ha gridato al mondo nei suoi ultimi anni. Lei diceva di parlare per "la Rabbia e l'Orgoglio", ma non è vero. E' viltà non capire che in realtà era l'immenso amore per la sua Storia e per la sua Geografia, Cultura e Terra, a spronarla. Proviamo ora (se ci dava fastidio la sua voce ferma e veemente, troppo verace), a farci con buona volontà (che altro non è che amore alla verità) provocare e spazientire dalle sue parole e giudichiamole con i fatti che stanno succedendo.

"L'Europa non è più l'Europa; è diventata l'«Eurabia», una colonia dell'islam, nella quale l'invasione islamica non procede soltanto in senso fisico ma penetra anche nelle menti e nella cultura. Il servilismo nei confronti degli invasori ha avvelenato la democrazia, con ovvie conseguenze per la libertà di pensiero e per lo stesso concetto di libertà"

(Oriana Fallaci, «Profeta del declino», intervista a Tunku Varadarajan, in «Wall Street Journal», 23.6.2005, trad. it. in «Il Foglio», 24.6.2005).



"tre punti che considero cruciali

Punto numero uno. [...] l'immigrazione [...] il Cavallo di Troia che ha penetrato l'Occidente e trasformato l'Europa in ciò che chiamo Eurabia. [...].

Punto numero due. Non credo nella fandonia del cosiddetto pluriculturalismo. [...] E ancor meno credo nella falsità chiamata Integrazione. [...] gli immigrati mussulmani materializzano così bene l'avvertimento che nel 1974 ci rivolse all'ONU il loro leader algerino Boumedienne. «Presto irromperemo nell'emisfero Nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori coi nostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria. [...].

Punto numero tre. Soprattutto non credo alla frode dell'Islam Moderato. [...] E continuerò a ripetere: «Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato la guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere»"

(Oriana Fallaci, Discorso in occasione della consegna dell'Annie Taylor Award, «Un tuffo sulle cascate del Niagara», in «Il Foglio», 3.12.2005)



"Sì, io odio i Bin Laden. Odio gli Zarkawi. Odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio i bastardi che insozzano le facciate delle chiese. Odio gli Ward Churchill, i Noam Chomsky, i Louis Farrakhan, i Michael Moore, i complici i collaborazionisti, i traditori, che ci vendono al nemico"

(Oriana Fallaci, Discorso in occasione della consegna dell'Annie Taylor Award, «Un tuffo sulle cascate del Niagara», in «Il Foglio», 3.12.2005).


"Non è vero che la verità stia sempre nel mezzo. A volte sta da una parte sola".

(Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).


"[...] l'Occidente è [...] malato. Malato del cancro morale e intellettuale di cui parlo nella mia Trilogia. E sa qual è il particolare più miserevole? È che ad alimentare quel cancro sono proprio coloro i quali si definiscono progressisti, illuminati, liberali, uomini e donne di sinistra"

(Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).


"Dal Pacifico all' Atlantico, dall'Atlantico al Mediterraneo, dal Mediterraneo al Mar Artico, l'Occidente è malato di una malattia che nemmeno miliardi di cellule staminali potrebbero guarire: il cancro morale, intellettuale e morale [...] Proprio a causa di quel cancro non comprendiamo più il significato della parola Morale, non sappiamo più separare la moralità dall'immoralità o dall'amoralità"

(Oriana Fallaci, «Noi Cannibali e i Figli di Medea», in «Corriere della Sera», 3.6.2005).


"[...] Eurabia dove parlare di pietà e di speranza non va più di moda, dove le radici cristiane non sono più rivendicate nemmeno da una presunta Costituzione"

(Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).


"Non si può sopravvivere se non si conosce il passato. Noi sappiamo perché le altre civiltà sono scomparse: per eccesso di benessere e ricchezza e per mancanza di moralità e spiritualità... Nel momento stesso in cui rinunci ai tuoi principi e ai tuoi valori... in cui deridi questi principi e questi valori, tu sei morto, la tua cultura è morta e la tua civiltà è morta"

(Oriana Fallaci, «Profeta del declino», intervista a Tunku Varadarajan, in «Wall Street Journal», 23.6.2005, trad. it. in «Il Foglio», 24.6.2005).


"[...] Ratzinger ha ragione quando scrive che ormai l'Occidente nutre una specie di odio verso sé stesso, non ama più sé stesso"

(Oriana Fallaci, «Noi Cannibali e i Figli di Medea», in «Corriere della Sera», 3.6.2005).


"Benedetto XVI. Un Papa [...] che io rispetto profondamente da quando leggo i suoi intelligentissimi libri. Un Papa, inoltre, col quale mi trovo d'accordo in parecchi casi. Per esempio, quando scrive che l'Occidente ha maturato un odio con-tro sé stesso. Che non ama più sé stesso, che ha perso la sua spiritualità e rischia di perdere anche la sua identità"

(Oriana Fallaci, Discorso in occasione della consegna dell'Annie Taylor Award, «Un tuffo sulle cascate del Niagara», in «Il Foglio», 3.12.2005).


"Io sono atea, e se un'atea e un Papa pensano la stessa cosa ci deve essere qualcosa di vero. È semplicissimo! Qui ci deve essere qualche verità umana che va al di là della religione"

(Oriana Fallaci, «Profeta del declino», intervista a Tunku Varadarajan, in «Wall Street Journal», 23.6.2005, trad. it. in «Il Foglio», 24.6.2005).


"in America, oggi, il rischio della dittatura non viene dal potere esecutivo: viene dal potere giudiziario. E nel resto dell'Occidente, lo stesso. Pensi all'Italia, dove, come ha capito la Sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti ed impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la Legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni"

(Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).


"[...] non la penso come coloro i quali affermano che un feto e a maggior ragione un embrione non è ancora un essere umano. Secondo me, noi siamo ciò che saremo fin dall'istante in cui si accende quella goccia di vita. E l'idea di abortire non mi ha mai sfiorato il cervello. Anzi, mi ha sempre inorridito [...] L'idea che in America si conservino trecentomila embrioni umani congelati e che almeno centomila se ne conservino in Europa, almeno trentamila in Italia, Dio sa quanti in Cina e negli altri paesi senza controllo, mi inorridisce quanto l'idea di aborto. Mi strazia quanto l'esecuzione di Terri [Schiavo, ndr] e concludo: non me ne importa nulla che manipolare cioè assassinare quegli embrioni serva a guarire malattie come la sclerosi amiotrofica di Stephen Hawking. Non me ne importerebbe nemmeno se servisse a curare il mio cancro, a regalarmi il tempo di cui ho bisogno per finire il lavoro che rischio di lasciare incompiuto. E l'eutanasia? Idem. La parola eutanasia è per me una parolaccia. Una bestemmia nonché una bestialità [...] il Testamento biologico è una buffonata"

(Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).


"I genitori che stufi di curare i bambini handicappati li abbandonano negli istituti dove muoiono di stenti o di polmonite sono Barbablù. La madri che partoriscono per gettare il neonato nel cassonetto della spazzatura sono Barbablù. Gli scienziati che custodiscono gli embrioni congelati nei laboratori sono Barbablù. I Barbablù di un mondo che ciancia di eguaglianza e democrazia ma invece si compone di uomini Alfa, uomini Beta, uomini Gamma"

(Oriana Fallaci, «Barbablù e il mondo nuovo. La furia di Oriana Fallaci contro chi ha ucciso la bella addormentata», intervista a Christian Rocca, in «Il Foglio», 13.4.2005).


"Quando porti il discorso su Hitler e sul nazismo, su Mengele, fanno gli offesi anzi gli scandalizzati. Cianciano di pregiudizi, protestano che il paragone è illegittimo. Poi nel più tipico stile bolscevico ti mettono alla gogna. Ti chiamano bigotto, baciapile, servo del Papa e del Cardinale Ruini, mercenario della Chiesa Cattolica. Ti dileggiano con le parole retrogrado-oscurantista-reazionario e posando a neo-illuministi, a progressisti, avanguardisti, ti buttano in faccia le solite banalità. Strillano che non si può imporre le mutande alla Scienza, che il Sapere non può essere imbrigliato, che il Progresso non può essere fermato, che i fatti sono più forti dei ragionamenti, che il mondo va avanti malgrado gli ottusi come te. Come me"

(Oriana Fallaci, «Noi Cannibali e i Figli di Medea», in «Corriere della Sera», 3.6.2005).


"Sono innamorata, io, della vita. Ma a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d'un bambino mai nato mi parrebbe d'essere un cannibale. Una Medea che uccide i propri figli" ("Donna maledetta, aborrita dagli Dei, da me, dall'intero genere umano. Crepa, essere osceno, assassina dei tuoi figli" le dice Euripide attraverso Giasone).

(Oriana Fallaci, «Noi Cannibali e i Figli di Medea», in «Corriere della Sera», 3.6.2005).


Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.

(Oriana Fallaci, «Lettera a un bambino mai nato»).


L'amara scoperta che Dio non esiste ha ucciso la parola destino. Ma negare il destino è arroganza, affermare che noi siamo gli unici artefici della nostra esistenza è follia: se neghi il destino la vita diventa una serie di occasioni perdute, un rimpianto di ciò che non è stato e avrebbe potuto essere, un rimorso di ciò che non è fatto e avremmo potuto fare, e si spreca il presente rendendo un'altra occasione perduta.

(Oriana Fallaci, «Un uomo»).



Gabriele Raimondi

mercoledì 14 gennaio 2009

"La cattiveria dei buoni è la più pericolosa"

Un augurio per i 90 anni del Divo Giulio

Abbiamo abbandonato il blog per troppo tempo! Ma non potevamo far passare questi giorni senza un augurio a Giulio Andreotti, che compie 90 anni. Lo omaggiamo con alcune delle sue citazioni. Per una volta non abbiamo scelto le più celebri e comiche, ma quelle più belle e vere, anche quelle più terribilmente vere.


“La cattiveria dei buoni è la più pericolosa”.

“ La dittatura più difficile a odiarsi è la propria”.

“Non ho mai creduto che sia possibile distinguere gli uomini in due categorie, angeli e diavoli. Siamo tutti medi peccatori”.

E poi questo auto-augurio, che è anche il nostro augurio per lui.

“Io non ho programmi personali, ma aspirazioni. Anzi, una sola aspirazione: quella di morire in grazia di Dio, il più tardi possibile”.


P.S. Si ritorna! Dopo gli scioperi abbiamo trascurato il blog. Un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché anche noi non siamo immuni da Facebook. Ma ci troviamo meglio qui. E saremo, da subito, più puntuali e aggiornati. Seguiteci con maggior frequenza.

La redazione


Cazzate in bus...

...che però non fanno male a nessuno. Anzi...

Sui bus di Genova, dal 4 febbraio prossimo, ci sarà uno slogan con su scritto “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno». E’ una campagna pubblicitaria proposta dalla Uaar (Unione nazionale degli Atei e degli Agnostici Razionalisti).

Sulla cattiva notizia potrei anche discutere. Sulla seconda no: è semplicemente falsa! Così non convinceranno nessuno… Anzi, come diceva Blaise Pascal, al massimo faranno un favore al nemico.

“Le ragioni degli atei mi convincono dell’esistenza di Dio più che le ragioni dei credenti”.


P.S.(…più lungo del post): Unione degli atei e degli agnostici razionalisti? Questa è bella. Quelli che dicono “Dio non c’è al 100%” e quelli che dicono “Non possiamo sapere se Dio c’è o non c’è” sono uniti in un'unica sigla?? E in base a cosa sarebbero uniti? Ve lo dico io: non sono uniti per (pro) qualcosa, ma contro qualcosa… e sappiamo tutti contro cosa. Dura lex sed lex: chi si unisce contro qualcosa è destinato, al massimo, a distruggere, ma non potrà mai costruire nulla! Non si scappa.

Pino Suriano


lunedì 17 novembre 2008

Compagno di scuola

Un giudizio pro-vocante sulla scuola di oggi. Scritto da uno che la vive...
di Gabriele Raimondi


E anche quest'anno torniamo a parlare di scuola. Anche quest'anno una riforma da contestare. Anche quest'anno probabilmente non succederà niente, a parte il solito ottobre leggermente mosso. Parole al vento che, indipendentemente dalla direzione, verranno bloccate. Anche quest'anno. E ormai ci siamo abituati. Ormai agli studenti neanche interessa più troppo marinare la scuola con la scusa della protesta. Protesta contro che poi? Fuori o dentro la scuola è uguale, nulla ovunque. Indifferenti. E forse è un bene. Già, forse è un bene che i ragazzi si siano accorti che non si può aspettare che sia lo Stato a cambiare la vita, a farli vivere. Che sia lo Stato a riempire le loro giornate. Non si aspettano più niente da niente. I giovani sono ormai al limite della disillusione e del sistematico disinteresse per tutto. E forse è un bene. Sì, perché forse così è più facile che qualche adulto, guardandoli morire capo chino e sguardo perso aspettando la fine dell'ora, capisca che non un voto (anche se in decimi), non una divisa, non una "commissione esterna" e soprattutto non un'''educazione alla convivenza civile" salverà questi ragazzi dal buco nero del non senso e della paura cui la società li sta conducendo affettuosamente prendendoli per mano.
Poi i professori, paladini dell'educazione (oggi abominevolmente chiamata "scolarizzazione"). Poveretti, sempre più sgomenti e sconsolati non riescono a far altro che opporre a qualche boccheggiatore professionista quel turpe mito del sessantottino impegnato della loro generazione, che al pari di un cavaliere crociato aveva lottato per quelle libertà che ora, questi barbari studenti saraceni distruggono e disprezzano. E né gli uni né gli altri hanno torto, anzi il loro sguardo è identico. Solo che i prof. continuano ancora a sperare, chi nelle riforme per la scuola, chi in quelle per le pensioni.
E i presidi, anche loro parte "viva" della scuola, ultimi baluardi della scuola pubblica. Anche loro divisi in chi aspetta il pensionamento e chi, atlanticamente tenta di reggere un ormai bassissimo livello culturale. E l'attività scolastica (insegnare-imparare) è ridotta ad un enorme Rischiatutto. Ecco la scuola italiana. Colpevoli? Nessuno. Nessuno se non i quarant'anni di ideologie che ci hanno impedito di guardare in faccia i fatti e gli uomini. Poi d'altronde le strutture (anche se fatiscenti) ci sono e le leggi sono buone. Perché allora è disumanizzante?
Qual è il problema? Non sa più qual è la sua natura, la sua funzione. Non sa più rispondere a chi chiede perché studiare, se non con discorsi insipidi e penosi sulla "cultura personale". Certo di prof. appassionati ce n'è, ma in fondo per molti è solo perché la vita ha preso una certa piega, anche loro fanno discorsi sullo studio, non rispondono a chi chieda che diavolo centri con la vita concreta, con le esigenze e i desideri di quando si ha 17 anni.
Ma allora che intervento c'è da fare? Cosa per non morire in questa situazione deprimente? Nessuno. Nessuno perché non è un problema di organizzazione della scuola, di programmi ministeriali, di divisa, di libri o di ore di lezione; è un problema di storia; è il problema del passaggio di generazioni in cui si è persa l'idea di uomo e di educazione; è un problema culturale, di una cultura senza storia ragioni; è un problema sociale, di una società che divora gli individui e li disperde. E qualcuno se ne era accorto, qualche "profeta" a cui pochi hanno saputo dare ascolto, si legga Pasolini. Come dunque salvare la scuola oggi che implode? Certo chi governa deve farlo con riforme che aiutino e facilitino l'educazione, ma questo è solo un aiuto, non garantisce assolutamente nulla.
E' l'umano, il valore umano vero l'unica cosa che potrà salvare la scuola (essendone poi anche la causa). E' il guardarsi in faccia di professori e alunni. Il riscoprire il significato stesso di scuola. Poi nella storia è sempre stato così (e non poteva essere altrimenti), almeno prima dell'obbligo e dello statalismo: abbiamo avuto duemila anni di scuola fatti solo di uomini seri con la realtà e senza alcuna attrezzatura. Adesso speriamo tra ministri, sindacati, riforme e maestre pseudointellettuali le voci più autorevoli sulla scuola non continuino ad essere i Pink Floyd e Venditti, ma le esperienze presenti di chi vive la scuola con passione e desiderio. Noi stiamo cominciando!