venerdì 6 aprile 2007

LETTERA AL '68




L'ASSEMBLEA DI ISTITUTO

“Ieri andai dal Cancellieri, il quale è un coglione, parla di cose grandi come fossero cose piccole, e di cose piccole come fossero cose grandi”.
Giacomo Leopardi – Lettera al fratello Gherardo

“Libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.
Giorgio Gaber – La libertà

Cari studenti del ’68,
queste parole le avevo rimosse da anni. La prima frase la lessi tra i banchi di scuola (credo fosse il 1998), la seconda all’università (nel gennaio del 2000) … Mi sono tornate alla mente l’altro giorno, di fronte alla recente osservazione di una assemblea di istituto.
Decine di ragazzi a blaterare cavolate di ogni sorta sugli argomenti del giorno (cellulari vietati in classe, violenza negli stadi e palle del genere)… e tutti ad applaudire, spesso senza avere ascoltato. Poi si arriva al problema vero, quello più sentito…. e tutti vanno in delirio. Con verve da rivoluzionario russo qualcuno afferma: “A noi è vietato mangiare i dolci in classe… ma la sala professori è sempre piena di vassoi”.
Avete letto bene… il livello della discussione era questo…. E non vi dico del pathos e delle urla con cui se ne parlava…. (perciò ho ricordato il mio amico Leopardi).
Insomma, amici miei, ho visto il Nulla… E ho scoperto che il Nulla mi spaventa… questo Nulla deve spaventarci…. Ma una cosa mi spaventa ancora di più…: nessuno se ne accorge!!!
E alcuni sono pronti a chiamarlo dialogo, dibattito, addirittura “democrazia”… Mi costringono a odiarle queste parole… E quasi lo farei… se non conoscessi la loro pienezza di significato in lingua greca.
Arrivano a dirmi che quella è un’assemblea riuscita, che finalmente sono riusciti a riempire il tempo a disposizione… Ecco cosa è diventata l’assemblea: uno spazio da riempire… E pensare che il diritto all’assemblea degli studenti, dopo le contestazioni del ’68 e del ‘77, era stato ottenuto col sangue e i manganelli.
Cari amici del ’68, avete lottato per dare ai ragazzi del 2000 uno spazio vuoto da riempire… semplicemente un problema in più, come i compiti, le interrogazioni e tutte le altre cose che si devono fare sempre per forza e mai per gusto. Che boomerang: l’esatto contrario di quello che volevate! Talvolta, addirittura, i ragazzi studiano di pomeriggio (sbuffando) gli argomenti dell’assemblea, perchè non finisca senza dibattito… Il dibattito libero lo avete ottenuto coi denti, loro sono costretti a produrlo artificialmente…
Della libertà, cari amici, non si sa più cosa farne… averla è diventato un problema… Ma perché non si riesce ad amarla? Forse lo so… Perché l’inerzia piace… e sotto gli ordini, sotto i programmi degli altri, con i minuti scanditi, forse si sta più comodi…. Così nacquero le dittature…comprese quelle cosiddette “democratiche”.

domenica 1 aprile 2007

ESPERIENZE LETTERARIE: C'E' UN OLTRE IN TUTTO


Si può essere insegnanti di lettere e non aver letto mai una cosa così forte? Si... ma non per tutta la vita...
Stavo sonnecchiando durante l'inutilissima lezione Ssis di "Laboratorio di Didattica della Letteratura Greca" (nulla di laboratoriale, nulla di "umanamente" greco, assolutamente nulla di didattico). A quel punto.... "zoom": l'amico e collega Andrea Borraccia mi mette davanti questo portento, un suo vecchio "cavallo di battaglia".... Mi rammarico per il tempo che sto perdendo a sentire quelle cavolate... ma poi mi rianimo e dico: io ascolto queste cavolate... ma non sono quelle cavolate!!!
Dono a voi la fortunata circostanza che mi è capitata... per gli ingoranti come me... ma anche per quelli che lo hanno già letto... e sapranno ri-commuoversi.

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.
In prima, sì, mi sembra che molti l'abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po' addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m'ingiurierebbero o m'aggredirebbero.
No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C'è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest'oltre baleni negli occhi d'un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.
Conosco anch'io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così; questo e quest'altro da fare; correre qua, con l'orologio alla mano, per essere in tempo là. - No, caro, grazie: non posso! - Ah sì, davvero? Beato te! Debbo scappare... - Alle undici, la colazione. - Il giornale, la borsa, l'ufficio, la scuola... - Bel tempo, peccato! Ma gli affari... - Chi passa? Ah, un carro funebre... Un saluto, di corsa, a chi se n'è andato. - La bottega, la fabbrica, il tribunale...
Nessuno ha tempo o modo d'arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo.
Luigi Pirandello
Quaderni di Serafino Gubbio operatore
Capitolo Primo

Domani lo appendo sui muri delle mie classi... Poche cose più azzeccate, pungenti e vere ho letto in vita mia...