... di schianto, dopo aver letto un'intervista al segretario della Sinistra Giovanile Lucana
* Editoriale pubblicato su Il Quotidiano dell'11 settembre 2007 
Ho letto l’intervista al giovane segretario della Sinistra Giovanile Lucana sulla kermesse Eurogeneration, riportata con ampio risalto su Il Quotidiano, e subito ho avvertito l’esigenza di qualche considerazione.
Ciò è accaduto, forse, per il senso di vuoto che quelle parole ed esperienze suscitavano in me man mano che leggevo. Sembrerà strano, perché difficilmente il vuoto può avere il volto di 400 giovani festanti, provenienti da ogni dove per parlare con entusiasmo di politica, cultura e informazione.
Eppure un vuoto c’è, e nel nostro caso è rivendicato addirittura con orgoglio. “Noi, generazione senza ideologia…” era il titolo che campeggiava sulla pagina, quasi a sancire la novità storica di quel popolo festante. Eccola qui l’innominabile “parolaccia”, il mortifero virus da debellare: ideologia! Ormai nessuno la vuole, nessuno la difende più. Perché a quella parola, nell’immaginario collettivo dei nostri giorni, corrispondono stragi, deportazioni, catene, terrorismi, dittature fasciste e comuniste. Ma una certa onestà intellettuale impone ormai di andare più a fondo. E di chiarire che le brutte cose di sopra c’entrano sì con le ideologie ma sono, per la verità, solo “alcuni” frutti di “alcune” ideologie.
Perché un’ideologia, per farla breve e lasciando per un attimo tutte le negative conseguenze, è anzitutto una “concezione unitaria del cosmo e della storia”, alla quale consegue, per forza di cose, una determinata idea della politica e della convivenza umana. Ideologie, perciò, sono sì i comun-ismi e i fasc-ismi, ma anche i riform-ismi, i liber-ismi. In pratica tutti gli ismi, compreso il cristianesimo (o, appunto, cristian-ismo). Insomma, tutto ciò che riconosce la centralità ideale e storica di un (che sia uno!) aspetto e ne fa scaturire un criterio di vita e convivenza.
Perché questa premessa? Solamente perché, fino a qualche decennio fa, la politica si faceva sulla base di questa idea unitaria, le persone si aggregavano per questa idea, i partiti nascevano da questa idea. Perciò i giovani, che sceglievano partiti diversi, non amavano (e non potevano amare) la stessa musica, gli stessi film e gli stessi libri.
Ebbene! Quei giovani di Metaponto una concezione unitaria non ce l’hanno, come loro stessi ammettono. E come potrebbero averne una sola, se il partito che si apprestano a fondare ( il Pd) dovrebbe inglobare la storia politica di almeno due o tre idee unitarie?
Eppure questi giovani si uniscono, e dal 14 ottobre si uniranno con altri. Viene allora da chiedersi: se le unioni non si fondano sulla base di una idea unitaria, sulla base di cosa si fondano? E a questo punto, quasi ad eludere la fastidiosa domanda, da Metaponto arrivano le belle parole e gli slogan: passione, “Cuore qui testa altrove”, amore, futuro, protagonismo dei giovani e chi più ne ha più né metta. Sono le parole di chi, senza più una ideologia che orienti i passi, ha la necessità di aggregare e non può farlo che sulla base di passioni, sentimenti, pragmatismo politico e occhio ai cosiddetti “problemi reali”.
Sarà solo un’intuizione, ma tutto questo ricorda un modello politico preciso: Silvio Berlusconi! Quel modello che ha fatto della sfida alle ideologie un’arma elettorale portentosa, condita da messaggi di sentimenti, passioni, “discese in campo”, e slogan altrettanto generici. E anche dietro di lui, come a Metaponto, c’erano giovani entusiasti e moderni. Sarà difficile accettarlo per i protagonisti, ma tante differenze non se ne vedono.
Quelle differenze che invece si notano altrove, e che al contrario diventa conveniente oscurare. E in tal contesto accade, tra le tante cose, che il responsabile della Margherita Provinciale di Potenza, Francesco Coviello, venga allo scoperto con un deciso comunicato (“Metaponto come Loreto” – Il Quotidiano del 7 settembre) nel quale si accosta la kermesse “Eurogeneration” a quella dei giovani accorsi domenica scorsa dal papa.
Metaponto come Loreto? Certo, anche lì tanti giovani, tanta passione e tanti sentimenti. Ma a Loreto c’era un tale, vestito di bianco, pronto a ribadire con forza una “concezione unitaria della storia”, un uomo che invitava alla criticità e all’azione proprio a partire da questa concezione, non certo da una generica passione giovanile.
A Loreto c’era uno che parlava di un’idea unitaria del cosmo e della storia. Un uomo che portava, se vogliamo, un’ideologia. Questo, a Metaponto, non c’era e non poteva esserci. E non è detto che sia un bene.