La mia lettera a don Marcello Cozzi, come prevedibile, ha scatenato una serie di interventi di replica tutti pubblicati sul Quotidiano della Basilicata. Franco De Vincenzis, Tommaso Marcantonio (un pezzo di un suo articolo), Anna G. Rivelli e, questa mattina, lo stesso don Marcello... Li ringrazio tutti e spero di continuare il dialogo su una questione di capitale importanza.... Li riporto, come da blog, in ordine inverso
Essere cristiani. La mia opinione sulla lettera di Pino Suriano
Di Nathan - Blog www.nathan2000.ilcannocchiale.it
Più volte, in rete, mi è capitato di riportare una frase di un anonimo che ho fatto mia: “Voglio un Dio che mi chieda anche di pensare, non di credere soltanto”. Questo preambolo è d’obbligo, per me, nel provare a dare una mia risposta alla richiesta di dibattito lanciata da Pino Suriano dalle pagine del Quotidiano della Basilicata prima, e da quelle del suo blog poi.
Una seconda premessa, fondamentale, che vado a fare è: Non sono un intellettuale; non sono un uomo di cultura elevata… ciò che so è frutto di quelle letture disorganiche che sono venute lungo l’arco della mia vita e, soprattutto, di quelle esperienze che mi è capitato di andare maturando negli anni: esperienze di vita e di pensiero; pensiero che mi sono sforzato di lasciare libero il più possibile.
Un’ultima premessa nasce da una risposta di Pino ad un commento al post su linkato, quando cita San Benedetto che al chiuso della sua cella contribuisce non poco alla ricostruzione di un’Europa in macerie. Tutto vero, per carità. A questo mi va di aggiungere le parole che il regista cinematografico romano Luigi Magni fa pronunciare al suo personaggio Ugo Bassi nella sua opera cinematografica dal titolo: “In nome del Popolo Sovrano”. Il frate afferma quanto segue (vado a memoria, pertanto riporto il concetto): “Il convento non è prigione; il Convento è libertà. San Benedetto diceva che il convento è un AVAMPOSTO DEL PARADISO. In convento mi sembrava di rubare la salvezza… per questo ne sono uscito e sono sceso nel mondo, dove tutto è miseria, fatiche e sofferenze!”
Terminate le premesse, arriviamo al nocciolo. Qualcosa di cristiano… Pino Suriano esorta Don Marcello a dire qualcosa di cristiano. Provocatorio, sicuramente, come immagino sia nell’intenzione di Pino. Del resto, il blog di Pino ha come titolo “La Pro-Vocazione”. Ma questa sua provocazione, ne sono certo, viene fuori in assoluta buona Fede (la maiuscola è d’obbligo: la Fede di Pino traspare da tutto ciò che scrive e tutto ciò che fa). Ma Provocazione e Pro-Vocazione, sono due cose differenti. Il più delle volte il suo modo di fare mi pare più una Pro-Conversione che non altro.
Ecco, io leggo il tutto in questo modo. E sono convinto del fatto che sia sua intenzione muoversi, da semplice credente senza incarichi religiosi (citazione dalla sua lettera), impegnandosi al massimo nel diffondere la Buona novella. E non sarò io a contestargli questo suo muoversi nel mondo secondo ciò che, a tutti gli effetti, è una libera scelta ed anche ammirevole! “Andate in tutto il mondo e predicate la buona novella a tutte le creature”. La cella di un monastero, in questo modo, diventa un luogo limitato, riferendoci a questo imperativo… non mi si fraintenda: non è mia intenzione sminuire l’opera ascetica di tanti monaci che, tra una cella e il mondo, hanno optato per la prima. Ma anche quello di venire fuori da una cella e portare il messaggio di Cristo, mi pare, sia un modo di muoversi Cristiano. Voglio andare avanti con un’altra citazione: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me”. Se lo faccio io, faccio qualcosa di cristiano e se lo fa Don Cozzi, Don Diana, Don Puglisi, Don Milani, Don Benzi non lo è? Suvviaaa (da leggersi con inflessione toscana)!!! Nessuno di buon senso potrebbe affermare qualcosa del genere (e il prof. Suriano, sono sicuro, di buon senso ne avrà da vendere). Posso capire il suo slancio verso S. S. Papa Benedetto XVI, il teologo e studioso; ma non si può pensare ad un Cristianesimo solo ed esclusivamente ascetico e didascalico.
Mi sono allontanato da molto tempo dalla Chiesa… ma non dalla fede. Ed io per primo mi sono domandato una miriade di volte il perché. E il perché sta nella frase che ho riportato all’inizio: “Voglio un Dio che mi chieda anche di pensare, non di credere soltanto!”. E qui mi approprio di una frase di Don Cozzi nella sua lettera di risposta al citato articolo pubblicato dal Quotidiano: “[…] Quell’Uomo lo chiamava Regno di Dio, e veniva prima di ogni altra cosa […] ma il Suo era anche il sogno di un mondo diverso, un sogno che trasmetteva agli uomini con il loro linguaggio, perché Dio potesse essere più comprensibile, meno distante, più dolce, meno freddo, più Padre buono e meno Giudice distaccato”. Quel Dio che Don Marcello ci porge con questa sua affermazione è il Dio che cerco da sempre e che Cristo, in mille modi, mi ha sempre presentato. Tutto il rispetto per l’atteggiamento (in materia di fede) delle Gerarchie Ecclesiastiche! Ma condivisione, da parte mia, giammai! E non per una sorta di presunzione o arroganza. Semplicemente perché, come scritto da Franco Devincenzis nella sua replica sempre al succitato articolo, facciamo “Attenzione a non far passare per Cristianesimo una sorta di galateo delle buone maniere che, per non urtare i potenti, si rintana nelle sagrestie e predica l’avvento remoto di un regno invisibile”. Ancora apprezzo, nel merito, l’affermazione di Anna Rivelli che parla di “Made in Ecclesia, con cui il Signor Suriano vorrebbe siglare in esclusiva il positivo operare degli uomini, non è una griffe, ma un marchio contraffatto se il ben parlare non è accompagnato dal buon agire e se serve ad essere esibito più che interiorizzato”. Io sarei stato meno sanguigno, ma l’essere sanguigni, non è detto sia negativo.
Per quanto riguarda la lettera di Pino, mi trovo in disaccordo con lui quando parla di “quelli che considerano il Fatto cristiano superfluo, in fondo inutile per poter essere buoni e giusti”. Perché mi torna sempre alla mente un tale Socrate che, mi pare, non fosse molto lontano dal concetto di bontà e giustizia diversi secoli prima della nascita del Cristo. Ma forse l’intenzione di Pino è quella di sottolineare che quella notte a Betlemme di duemila anni fa sia stato uno spartiacque? E sia! Ma chi non ha ricevuto il “dono” della fede (quanto non sopporto questa perifrasi da gesuita! Dono? E perché Dio sarebbe così perfido da fare figli e figliastri?) è condannato ad essere “cattivo” e “ingiusto” (provocazione J)? Quanto alla “Chiesa che produce uomini così”, direi, che Don Abbondio è pavido per sua natura, non per merito della Chiesa… Padre Cristoforo è uomo coraggioso per sua natura, non per merito della Chiesa.
Conclusione? Il cristiano è un diamante dalle tante sfaccettature. Mi viene in mente una frase che non ricordo dove ho ascoltato, ma mi pare adeguata a ciò di cui si va discutendo: “Puoi onorare Dio anche semplicemente sbucciando una patata, se lo fai a regola d’arte!”. Semplicistico? Probabilmente soltanto Semplice! E il modo di essere cristiano di Don Cozzi non mi pare fuori dagli schemi o fuori luogo. E nemmeno quello di Pino Suriano!
Una seconda premessa, fondamentale, che vado a fare è: Non sono un intellettuale; non sono un uomo di cultura elevata… ciò che so è frutto di quelle letture disorganiche che sono venute lungo l’arco della mia vita e, soprattutto, di quelle esperienze che mi è capitato di andare maturando negli anni: esperienze di vita e di pensiero; pensiero che mi sono sforzato di lasciare libero il più possibile.
Un’ultima premessa nasce da una risposta di Pino ad un commento al post su linkato, quando cita San Benedetto che al chiuso della sua cella contribuisce non poco alla ricostruzione di un’Europa in macerie. Tutto vero, per carità. A questo mi va di aggiungere le parole che il regista cinematografico romano Luigi Magni fa pronunciare al suo personaggio Ugo Bassi nella sua opera cinematografica dal titolo: “In nome del Popolo Sovrano”. Il frate afferma quanto segue (vado a memoria, pertanto riporto il concetto): “Il convento non è prigione; il Convento è libertà. San Benedetto diceva che il convento è un AVAMPOSTO DEL PARADISO. In convento mi sembrava di rubare la salvezza… per questo ne sono uscito e sono sceso nel mondo, dove tutto è miseria, fatiche e sofferenze!”
Terminate le premesse, arriviamo al nocciolo. Qualcosa di cristiano… Pino Suriano esorta Don Marcello a dire qualcosa di cristiano. Provocatorio, sicuramente, come immagino sia nell’intenzione di Pino. Del resto, il blog di Pino ha come titolo “La Pro-Vocazione”. Ma questa sua provocazione, ne sono certo, viene fuori in assoluta buona Fede (la maiuscola è d’obbligo: la Fede di Pino traspare da tutto ciò che scrive e tutto ciò che fa). Ma Provocazione e Pro-Vocazione, sono due cose differenti. Il più delle volte il suo modo di fare mi pare più una Pro-Conversione che non altro.
Ecco, io leggo il tutto in questo modo. E sono convinto del fatto che sia sua intenzione muoversi, da semplice credente senza incarichi religiosi (citazione dalla sua lettera), impegnandosi al massimo nel diffondere la Buona novella. E non sarò io a contestargli questo suo muoversi nel mondo secondo ciò che, a tutti gli effetti, è una libera scelta ed anche ammirevole! “Andate in tutto il mondo e predicate la buona novella a tutte le creature”. La cella di un monastero, in questo modo, diventa un luogo limitato, riferendoci a questo imperativo… non mi si fraintenda: non è mia intenzione sminuire l’opera ascetica di tanti monaci che, tra una cella e il mondo, hanno optato per la prima. Ma anche quello di venire fuori da una cella e portare il messaggio di Cristo, mi pare, sia un modo di muoversi Cristiano. Voglio andare avanti con un’altra citazione: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avrete fatto a me”. Se lo faccio io, faccio qualcosa di cristiano e se lo fa Don Cozzi, Don Diana, Don Puglisi, Don Milani, Don Benzi non lo è? Suvviaaa (da leggersi con inflessione toscana)!!! Nessuno di buon senso potrebbe affermare qualcosa del genere (e il prof. Suriano, sono sicuro, di buon senso ne avrà da vendere). Posso capire il suo slancio verso S. S. Papa Benedetto XVI, il teologo e studioso; ma non si può pensare ad un Cristianesimo solo ed esclusivamente ascetico e didascalico.
Mi sono allontanato da molto tempo dalla Chiesa… ma non dalla fede. Ed io per primo mi sono domandato una miriade di volte il perché. E il perché sta nella frase che ho riportato all’inizio: “Voglio un Dio che mi chieda anche di pensare, non di credere soltanto!”. E qui mi approprio di una frase di Don Cozzi nella sua lettera di risposta al citato articolo pubblicato dal Quotidiano: “[…] Quell’Uomo lo chiamava Regno di Dio, e veniva prima di ogni altra cosa […] ma il Suo era anche il sogno di un mondo diverso, un sogno che trasmetteva agli uomini con il loro linguaggio, perché Dio potesse essere più comprensibile, meno distante, più dolce, meno freddo, più Padre buono e meno Giudice distaccato”. Quel Dio che Don Marcello ci porge con questa sua affermazione è il Dio che cerco da sempre e che Cristo, in mille modi, mi ha sempre presentato. Tutto il rispetto per l’atteggiamento (in materia di fede) delle Gerarchie Ecclesiastiche! Ma condivisione, da parte mia, giammai! E non per una sorta di presunzione o arroganza. Semplicemente perché, come scritto da Franco Devincenzis nella sua replica sempre al succitato articolo, facciamo “Attenzione a non far passare per Cristianesimo una sorta di galateo delle buone maniere che, per non urtare i potenti, si rintana nelle sagrestie e predica l’avvento remoto di un regno invisibile”. Ancora apprezzo, nel merito, l’affermazione di Anna Rivelli che parla di “Made in Ecclesia, con cui il Signor Suriano vorrebbe siglare in esclusiva il positivo operare degli uomini, non è una griffe, ma un marchio contraffatto se il ben parlare non è accompagnato dal buon agire e se serve ad essere esibito più che interiorizzato”. Io sarei stato meno sanguigno, ma l’essere sanguigni, non è detto sia negativo.
Per quanto riguarda la lettera di Pino, mi trovo in disaccordo con lui quando parla di “quelli che considerano il Fatto cristiano superfluo, in fondo inutile per poter essere buoni e giusti”. Perché mi torna sempre alla mente un tale Socrate che, mi pare, non fosse molto lontano dal concetto di bontà e giustizia diversi secoli prima della nascita del Cristo. Ma forse l’intenzione di Pino è quella di sottolineare che quella notte a Betlemme di duemila anni fa sia stato uno spartiacque? E sia! Ma chi non ha ricevuto il “dono” della fede (quanto non sopporto questa perifrasi da gesuita! Dono? E perché Dio sarebbe così perfido da fare figli e figliastri?) è condannato ad essere “cattivo” e “ingiusto” (provocazione J)? Quanto alla “Chiesa che produce uomini così”, direi, che Don Abbondio è pavido per sua natura, non per merito della Chiesa… Padre Cristoforo è uomo coraggioso per sua natura, non per merito della Chiesa.
Conclusione? Il cristiano è un diamante dalle tante sfaccettature. Mi viene in mente una frase che non ricordo dove ho ascoltato, ma mi pare adeguata a ciò di cui si va discutendo: “Puoi onorare Dio anche semplicemente sbucciando una patata, se lo fai a regola d’arte!”. Semplicistico? Probabilmente soltanto Semplice! E il modo di essere cristiano di Don Cozzi non mi pare fuori dagli schemi o fuori luogo. E nemmeno quello di Pino Suriano!
L'uomo dei Vangeli
di don Marcello Cozzi
C’è un Uomo nei vangeli che da bambino ha respirato la delicatezza con la quale sua mamma e suo papà cercavano di non fargli capire i mille salti mortali che avevano fatto sin dalla sua nascita (il parto avvenuto in una casa di fortuna e poi la fuga in un paese straniero che non era il loro paese, e dove per tutti, loro erano semplicemente forestieri, o meglio, extracomunitari); che da ragazzo non ha avuto difficoltà a comprendere quanta fatica facevano quei genitori per mettergli a tavola una minestra calda, perché al papà le cose non sempre andavano bene e non sempre c’erano clienti nella sua bottega di onesto falegname.
A quell’Uomo, sua mamma e suo papà hanno comunque sempre trasmesso la voglia di andare avanti, di non cadere mai nel vittimismo solo perché erano “persone normali”, di non sentirsi sfortunati solo perché non potevano permettersi ciò che le altre famiglie si permettevano, di essere invece fiero delle proprie radici e di non stancarsi mai di ringraziare il Signore anche se il cielo talvolta era buio e anche se tutto ciò che accadeva intorno poteva togliere speranza. Chissà quante volte quel papà e quella mamma, la sera in preghiera avranno letto al proprio bambino quei passi delle Scritture: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla, pur se camminassi in una via oscura”; o anche: “amerai il Signore tuo Dio sopra ogni cosa”.
E quante volte gli avranno raccontato la storia dell’Esodo, gli ebrei che lasciano l’Egitto per la terra promessa guidati da un grande uomo, Mosè, che non era riuscito a far finta di niente dinanzi ad un roveto che ardeva senza consumarsi e che soprattutto non era riuscito a non ascoltare le parole che provenivano da quel roveto, o meglio quella Parola: “Ho osservato la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo”.
C’è un Uomo nei vangeli che diventando adulto ha costruito la propria vita intorno a poche certezze: l’amore di Dio e per Dio, l’amore per gli uomini e per le donne; e poi quella voce che gli ronzava nelle orecchie senza mai fermarsi: “Ho osservato la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo”. Questi pochi capisaldi per quell’Uomo sono diventati il filo conduttore della sua esistenza, lo scopo di una vita concepita sempre più come missione e come dono agli altri.
Quell’Uomo si è speso, dunque, perché Dio fosse da tutti conosciuto come Padre, perché gli uomini si riconoscessero come fratelli e sorelle, perché di tutti fossero rispettati i diritti, perché nessun Potere di nessun tipo potesse annullare la loro dignità; perché a tutti fosse chiaro che per Dio essere imparziale non significa essere neutrale dinanzi alle ingiustizie ma significa schierarsi dalla parte dei poveri e degli indifesi, dei deboli e dei fragili, e significa denunciare le ingiustizie senza guardare in faccia a nessuno e senza nascondersi dietro un malinteso concetto di carità.
C’è un Uomo nei vangeli che Incarnando questo Dio ha vissuto essenzialmente per strada perché gli uomini si abituassero ad incontrare anche lì l’Onnipotente e non solo fra le colonne del Tempio, perché imparassero ad ascoltarLo anche nelle pieghe della vita e non solo nelle liturgie; perché imparassero a frequentare tutti e non solo quelli con cui condividevano un’etica e una morale e perché nel rispetto reciproco di culture diverse – che non significa svendere i propri principi – costruissero percorsi comuni per una società più giusta e proiettata nell’Eternità.
Questo progetto e questa sfida alla quale tutti sono chiamati, quell’Uomo lo chiamava Regno di Dio, e veniva prima di ogni altra cosa: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”, diceva di continuo; ma il Suo era anche il sogno di un mondo diverso, un sogno che trasmetteva agli uomini con il loro linguaggio, perché Dio potesse essere più comprensibile, meno distante, più dolce, meno freddo, più Padre buono e meno Giudice distaccato.
C’è un Uomo nei vangeli, con la spina dorsale dritta, il cui parlare, “si, si; no, no”, non lo ha mai mandato a dire ma lo ha sempre gridato ad alta voce guardando le persone negli occhi e prendendosi le sue responsabilità pur prevedendone le conseguenze. E quando capitava la sera di restare da solo in preghiera, chissà quante volte avrà preso in mano quel passo delle Scritture che la mamma gli leggeva da bambino, quello che raccontava di un uomo, Caino, che un bel giorno per invidia uccide il fratello, Abele. E chissà quante volte avrà risentito la dolce raccomandazione della mamma: “Mi raccomando, Gesù, ricordati che il Signore dopo aver chiesto conto a Caino (Dov’è tuo fratello?), a noi dice che però nessuno lo deve toccare. Qualunque crimine abbia commesso; di qualunque delitto si sia macchiato. Non dimenticarlo mai!”. E chissà quante volte Gesù avrà pregato per tutti i Caino del mondo perché il Signore li aiuti a chiedere perdono ad Abele, perché li aiuti a dire dove lo hanno occultato ma anche perché le nostre società moraliste non si stanchino mai di attendere il ritorno di Caino.
A Pino che mi scrive, e che per questo sinceramente ringrazio, a quanti leggono con sospetto questo impegno per la difesa della dignità umana e ai tanti compagni di strada che condividono con fatica questi percorsi, confesso con umiltà che – nonostante i miei innumerevoli limiti e le mie tante contraddizioni – non conosco altro linguaggio se non quello dell’Uomo dei Vangeli.
A quell’Uomo, sua mamma e suo papà hanno comunque sempre trasmesso la voglia di andare avanti, di non cadere mai nel vittimismo solo perché erano “persone normali”, di non sentirsi sfortunati solo perché non potevano permettersi ciò che le altre famiglie si permettevano, di essere invece fiero delle proprie radici e di non stancarsi mai di ringraziare il Signore anche se il cielo talvolta era buio e anche se tutto ciò che accadeva intorno poteva togliere speranza. Chissà quante volte quel papà e quella mamma, la sera in preghiera avranno letto al proprio bambino quei passi delle Scritture: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla, pur se camminassi in una via oscura”; o anche: “amerai il Signore tuo Dio sopra ogni cosa”.
E quante volte gli avranno raccontato la storia dell’Esodo, gli ebrei che lasciano l’Egitto per la terra promessa guidati da un grande uomo, Mosè, che non era riuscito a far finta di niente dinanzi ad un roveto che ardeva senza consumarsi e che soprattutto non era riuscito a non ascoltare le parole che provenivano da quel roveto, o meglio quella Parola: “Ho osservato la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo”.
C’è un Uomo nei vangeli che diventando adulto ha costruito la propria vita intorno a poche certezze: l’amore di Dio e per Dio, l’amore per gli uomini e per le donne; e poi quella voce che gli ronzava nelle orecchie senza mai fermarsi: “Ho osservato la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo”. Questi pochi capisaldi per quell’Uomo sono diventati il filo conduttore della sua esistenza, lo scopo di una vita concepita sempre più come missione e come dono agli altri.
Quell’Uomo si è speso, dunque, perché Dio fosse da tutti conosciuto come Padre, perché gli uomini si riconoscessero come fratelli e sorelle, perché di tutti fossero rispettati i diritti, perché nessun Potere di nessun tipo potesse annullare la loro dignità; perché a tutti fosse chiaro che per Dio essere imparziale non significa essere neutrale dinanzi alle ingiustizie ma significa schierarsi dalla parte dei poveri e degli indifesi, dei deboli e dei fragili, e significa denunciare le ingiustizie senza guardare in faccia a nessuno e senza nascondersi dietro un malinteso concetto di carità.
C’è un Uomo nei vangeli che Incarnando questo Dio ha vissuto essenzialmente per strada perché gli uomini si abituassero ad incontrare anche lì l’Onnipotente e non solo fra le colonne del Tempio, perché imparassero ad ascoltarLo anche nelle pieghe della vita e non solo nelle liturgie; perché imparassero a frequentare tutti e non solo quelli con cui condividevano un’etica e una morale e perché nel rispetto reciproco di culture diverse – che non significa svendere i propri principi – costruissero percorsi comuni per una società più giusta e proiettata nell’Eternità.
Questo progetto e questa sfida alla quale tutti sono chiamati, quell’Uomo lo chiamava Regno di Dio, e veniva prima di ogni altra cosa: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”, diceva di continuo; ma il Suo era anche il sogno di un mondo diverso, un sogno che trasmetteva agli uomini con il loro linguaggio, perché Dio potesse essere più comprensibile, meno distante, più dolce, meno freddo, più Padre buono e meno Giudice distaccato.
C’è un Uomo nei vangeli, con la spina dorsale dritta, il cui parlare, “si, si; no, no”, non lo ha mai mandato a dire ma lo ha sempre gridato ad alta voce guardando le persone negli occhi e prendendosi le sue responsabilità pur prevedendone le conseguenze. E quando capitava la sera di restare da solo in preghiera, chissà quante volte avrà preso in mano quel passo delle Scritture che la mamma gli leggeva da bambino, quello che raccontava di un uomo, Caino, che un bel giorno per invidia uccide il fratello, Abele. E chissà quante volte avrà risentito la dolce raccomandazione della mamma: “Mi raccomando, Gesù, ricordati che il Signore dopo aver chiesto conto a Caino (Dov’è tuo fratello?), a noi dice che però nessuno lo deve toccare. Qualunque crimine abbia commesso; di qualunque delitto si sia macchiato. Non dimenticarlo mai!”. E chissà quante volte Gesù avrà pregato per tutti i Caino del mondo perché il Signore li aiuti a chiedere perdono ad Abele, perché li aiuti a dire dove lo hanno occultato ma anche perché le nostre società moraliste non si stanchino mai di attendere il ritorno di Caino.
A Pino che mi scrive, e che per questo sinceramente ringrazio, a quanti leggono con sospetto questo impegno per la difesa della dignità umana e ai tanti compagni di strada che condividono con fatica questi percorsi, confesso con umiltà che – nonostante i miei innumerevoli limiti e le mie tante contraddizioni – non conosco altro linguaggio se non quello dell’Uomo dei Vangeli.
Made in ecclesia
di Anna G. Rivelli
GESÙ Cristo non ha mai detto nulla di cristiano. Non poteva: il cristianesimo nasceva con lui. Gesù Cristo ha agito da Cristo e ha reso “cristiano” il buon operare a favore dei più deboli. Rimproverare a Don Marcello Cozzi un cristianesimo fatto di agire più che di parlare è per ciò stesso una cosa assurda; peggio ancora è attribuirgli colpa di diventare per il suo operato pietra di paragone scomoda per altri rappresentanti della Sacra Romana Chiesa. In pratica è come rimproverare alla montagna di ergersi più in su della collina e di guardare troppo dall'alto la pianura.
Il “made in Ecclesia”, con cui il signor Suriano vorrebbe siglare in esclusiva il positivo operare degli uomini, non è una griffe, ma un
marchio contraffatto se il ben parlare non è accompagnato dal buon agire e se serve ad essere esibito più che interiorizzato. In sostanza il signor Pino Suriano – autore dell'articolo “Don Cozzi dica qualcosa di cristiano” apparso su Il Quotidiano dell'11 maggio scorso - ha proprio esagerato, anche perché la sua fervida salvaguardia del “Fatto cristiano” ha dato origine a parole irrispettose, se non addirittura offensive, nei confronti di quanti si impegnano nella promozione di valori morali e sociali col solo fine di costruire una società migliore. Pur senza volergliene (a volte -e speriamo sia solo per questo- si diventa estremisti per eccessivo zelo), è necessario sottolineare che qualcosa di cristiano Don Cozzi dovrebbe veramente dirla a lui, almeno per fargli comprendere che esprimere giudizi sommari e processare quanti condividono comunque valori universali (benché inquadrati da un diverso punto di vista) non è esattamente ciò che insegnano i Vangeli. Insinuare che “i buoni amici e sostenitori” di Don Marcello sono “senza un…autentico fondamento della moralità e della giustizia” , attribuire loro sentimenti di giustizialismo, di vendetta, di rancore e di odio è l'espressione di quella superbia religiosa che è invisa agli uomini e a Dio stesso e che rende alla Chiesa (spesso buon paravento di tanti sepolcri imbiancati) la peggiore propaganda possibile. Il disprezzo per la “Casa” dei cristiani, d'altronde, quando c'è passa per ben altre vie che evitiamo qui di ricordare nella loro drammaticità e di descrivere in quella verità che - dispiace doverlo rammentare - è proprio uno dei valori che Gesù Cristo incarna (“Io sono la via, la verità, la vita”) e che la Chiesa dovrebbe salvaguardare sempre, anche quando è più comodo e prudente andare a braccetto del potere e ispirarsi alle teorie del perdono per le “mele marce” per mettere la coscienza a posto imbastendo predicozzi. A valutare con lo stesso metro, dovremmo dire che Gesù Cristo è stato un gran rompiscatole e che ha lasciato “scritti” assai più copiosi di quanto mai potrà fare Don Marcello; evitiamo di ricordare che alla fine è stato messo a morte dai potenti e benpensanti e che i suoi “buoni amici e sostenitori” sono stati perseguitati. Evitiamo di dirlo, tanto se lo ricordano pure i non credenti.
Il “made in Ecclesia”, con cui il signor Suriano vorrebbe siglare in esclusiva il positivo operare degli uomini, non è una griffe, ma un
marchio contraffatto se il ben parlare non è accompagnato dal buon agire e se serve ad essere esibito più che interiorizzato. In sostanza il signor Pino Suriano – autore dell'articolo “Don Cozzi dica qualcosa di cristiano” apparso su Il Quotidiano dell'11 maggio scorso - ha proprio esagerato, anche perché la sua fervida salvaguardia del “Fatto cristiano” ha dato origine a parole irrispettose, se non addirittura offensive, nei confronti di quanti si impegnano nella promozione di valori morali e sociali col solo fine di costruire una società migliore. Pur senza volergliene (a volte -e speriamo sia solo per questo- si diventa estremisti per eccessivo zelo), è necessario sottolineare che qualcosa di cristiano Don Cozzi dovrebbe veramente dirla a lui, almeno per fargli comprendere che esprimere giudizi sommari e processare quanti condividono comunque valori universali (benché inquadrati da un diverso punto di vista) non è esattamente ciò che insegnano i Vangeli. Insinuare che “i buoni amici e sostenitori” di Don Marcello sono “senza un…autentico fondamento della moralità e della giustizia” , attribuire loro sentimenti di giustizialismo, di vendetta, di rancore e di odio è l'espressione di quella superbia religiosa che è invisa agli uomini e a Dio stesso e che rende alla Chiesa (spesso buon paravento di tanti sepolcri imbiancati) la peggiore propaganda possibile. Il disprezzo per la “Casa” dei cristiani, d'altronde, quando c'è passa per ben altre vie che evitiamo qui di ricordare nella loro drammaticità e di descrivere in quella verità che - dispiace doverlo rammentare - è proprio uno dei valori che Gesù Cristo incarna (“Io sono la via, la verità, la vita”) e che la Chiesa dovrebbe salvaguardare sempre, anche quando è più comodo e prudente andare a braccetto del potere e ispirarsi alle teorie del perdono per le “mele marce” per mettere la coscienza a posto imbastendo predicozzi. A valutare con lo stesso metro, dovremmo dire che Gesù Cristo è stato un gran rompiscatole e che ha lasciato “scritti” assai più copiosi di quanto mai potrà fare Don Marcello; evitiamo di ricordare che alla fine è stato messo a morte dai potenti e benpensanti e che i suoi “buoni amici e sostenitori” sono stati perseguitati. Evitiamo di dirlo, tanto se lo ricordano pure i non credenti.
Grillo, democrazia e Suriano
brano da un articolo di Tommaso Marcantonio
[...] A dimostrazione che la saggezza non si compra né si prende a prestito, per grave sicumera si presume anche di bacchettare don Marcello Cozzi perché “Sia più prete nel dire qualcosa di cristiano” , insinuando di non dover essere graffiante contro i delitti insorgenti in Basilicata per mafia, corruzione, inciuci di magistrati e imprenditori. Così il prete coraggio dovrebbe smettere di pungolare e richiamar tutti a una maggiore responsabilità e discettare solo del Vangelo come fatto storico (stile geovista) senza sollecitare un'aderenza provocatoria ai crismi della coerenza. Lode a una applicazione di eresia granguignolesca [...]
L'illusione di un cristianesimo disincantato
di Franco Devincenzis
La lettera di Pino Suriano a don Cozzi, affinché “dica qualcosa di cristiano”, suscita una riflessione che va al di là della mera contingenza, al di là della presentazione di un libro che documenta l’infiltrazione della mafia in Lucania ai livelli più alti del potere, al di là delle sale gremite di giovani e meno giovani che ascoltano silenti e commossi le parole di
don Marcello. Le frasi accorate di Suriano sollecitano un dibattito generale sull’essere cristiani qui ed ora, in questo tempo e in questo spazio, come insegna la dottrina sociale della Chiesa
SUL versante ecclesiale si lamenta spesso il calo delle presenze a Messa, la crisi delle vocazioni, l’incoerenza morale dei credenti, disposti a seguire la Chiesa ma non la sua morale della persona, soprattutto quella sessuale. Indagini sociologiche hanno dimostrato che, tra i credenti praticanti, le posizioni su tale materia sono le più disparate: si va dalla morale fai da te, all’etica della responsabilità, passando attraverso tutta una serie di distinguo che danno l’idea di una Chiesa ufficiale sempre più distante dalla prassi dei suoi fedeli. Qual è il rischio che corre la gerarchia nel sostenere un Cristianesimo “monastico” nel tempo del “nichilismo”? Il rischio più grande è quello di perdere per strada migliaia e migliaia di persone di buona volontà che vorrebbero una Chiesa più presente sul territorio, più pronta nella testimonianza della verità, più disinteressata alle logiche di potere, al denaro pubblico, alle carriere accademicoecclesiastiche, alla tutela degli affiliati ecc… Le persone di buona volontà esigono coerenza e testimonianza, pretendono un cristianesimo incarnato nella vita di tutti i giorni, che si faccia promotore dell’umano in quanto umano, che denunci all’occorrenza il malaffare, le pratiche clientelari, le ipocrisie di un potere esercitato solo per accumulare altro potere e non per servire i fratelli in difficoltà. Che ce ne facciamo di un cristianesimo che utilizza ogni mezzo, ogni compromesso, per seguire ideali disincarnati tutt’altro che cristiani! Che ce ne facciamo di un cristianesimo che si trasforma in S.p.a. o in s.r.l. per intercettare denaro pubblico (finanziamenti europei e statali) al fine di alimentare le proprie strutture pseudo-educative e favorire l’ascesa dei propri appartenenti dalla culla alla tomba (risurrezione compresa)?
Diceva l’arcivescovo anglicano di Canterbury, William Temple, la Chiesa è l’unica associazione che cura gli interessi dei non affiliati, che si occupa del mondo tout court, così com’è e non come vorremmo che fosse. Le ferite di un mondo fatto di peccatori non possono essere sanate con un taglio netto, lasciando che parte del mondo vada in putrefazione e un’altra parte (una minoranza di iniziati) goda dei benefici del Regno. Questa logica appartiene all’Antico Testamento o alle sette gnostiche. La Chiesa si deve far carico dei problemi di tutti: delle donne avviate con la forza alla prostituzione, degli immigrati costretti a vivere in clandestinità, dei diseredati e degli oppressi a causa di una giustizia “ingiusta”, dei disabili psico-fisici, di coloro che sono costretti a pagare il pizzo alle mafie o interessi stratosferici agli usurai, ecc… E cosa fa don Cozzi? Certo, quando un prete esce fuori dal suo comodo recinto
parrocchiale, dalla routine sacramentale, trova nuovi compagni di viaggio, magari non cristiani, semplici persone di buona volontà pronte a condividere un percorso, a cui nessuno ha il diritto di chiedere lumi sulla propria fede o la propria appartenenza politica. Che male c’è se un comunista come Forgione, un “montanelliano” come Travaglio, o, a livello locale, un ciellino come Piccenna o Grilli, decidono di fare un percorso comune per difendere la legalità in nome della giustizia, laddove viene palesemente negata!? E poi, la differenza tra Travaglio, Grillo e Libera di don Ciotti e don Cozzi è sostanziale. Mentre Travaglio denuncia il malaffare perché “non conviene economicamente ai cittadini essere governati da chi ruba” (trasmissione Che tempo che fa ? del 10 Maggio scorso), mentre Grillo attacca da par suo i corrotti, con un misto di comicità e scurrilità che fanno parte del personaggio, preconizzando con ottimismo l’imminenza della catastrofe, Libera, dal 1993, è radicata nella società a tutti i livelli per costruire una cultura
di legalità e di giustizia. Promuove seminari di formazione per trasformare la cultura della connivenza attiva e passiva col potere criminale in una cultura del bene comune e del senso civico. Favorisce la nascita di cooperative che operano sui beni confiscati alle mafie per testimoniare che dalla morte può nascere una nuova vita. E cosa c’è di più cristianodella rinascita di un territorio sottomesso per decenni alle cosche più sanguinarie che finalmente si riscatta per dare speranza alle nuove generazioni? Non sono forse veri testimoni cristiani don Peppino Diana e don Pino Puglisi, vittime di quella ferocia mafiosa che hanno deciso di combattere a viso aperto? Attenzione a non far passare per Cristianesimo una sorta di galateo delle buone maniere che, per non urtare i potenti, si rintana nelle sagrestie e predica l’avvento remoto di un regno invisibile. Questo sì che sarebbe, come dice Freud, l’avvenire di un’illusione, un cristianesimo che illude l’uomo e lo rassicura nel tempo presente, una panacea per le proprie nevrosi. Ma Cristo si è incarnato per fungere da farmaco antidepressivo, o per soccorrere gli ultimi e inaugurare nella storia un Regno di giustizia e di pace al quale ciascuno di noi deve collaborare nel suo piccolo?
don Marcello. Le frasi accorate di Suriano sollecitano un dibattito generale sull’essere cristiani qui ed ora, in questo tempo e in questo spazio, come insegna la dottrina sociale della Chiesa
SUL versante ecclesiale si lamenta spesso il calo delle presenze a Messa, la crisi delle vocazioni, l’incoerenza morale dei credenti, disposti a seguire la Chiesa ma non la sua morale della persona, soprattutto quella sessuale. Indagini sociologiche hanno dimostrato che, tra i credenti praticanti, le posizioni su tale materia sono le più disparate: si va dalla morale fai da te, all’etica della responsabilità, passando attraverso tutta una serie di distinguo che danno l’idea di una Chiesa ufficiale sempre più distante dalla prassi dei suoi fedeli. Qual è il rischio che corre la gerarchia nel sostenere un Cristianesimo “monastico” nel tempo del “nichilismo”? Il rischio più grande è quello di perdere per strada migliaia e migliaia di persone di buona volontà che vorrebbero una Chiesa più presente sul territorio, più pronta nella testimonianza della verità, più disinteressata alle logiche di potere, al denaro pubblico, alle carriere accademicoecclesiastiche, alla tutela degli affiliati ecc… Le persone di buona volontà esigono coerenza e testimonianza, pretendono un cristianesimo incarnato nella vita di tutti i giorni, che si faccia promotore dell’umano in quanto umano, che denunci all’occorrenza il malaffare, le pratiche clientelari, le ipocrisie di un potere esercitato solo per accumulare altro potere e non per servire i fratelli in difficoltà. Che ce ne facciamo di un cristianesimo che utilizza ogni mezzo, ogni compromesso, per seguire ideali disincarnati tutt’altro che cristiani! Che ce ne facciamo di un cristianesimo che si trasforma in S.p.a. o in s.r.l. per intercettare denaro pubblico (finanziamenti europei e statali) al fine di alimentare le proprie strutture pseudo-educative e favorire l’ascesa dei propri appartenenti dalla culla alla tomba (risurrezione compresa)?
Diceva l’arcivescovo anglicano di Canterbury, William Temple, la Chiesa è l’unica associazione che cura gli interessi dei non affiliati, che si occupa del mondo tout court, così com’è e non come vorremmo che fosse. Le ferite di un mondo fatto di peccatori non possono essere sanate con un taglio netto, lasciando che parte del mondo vada in putrefazione e un’altra parte (una minoranza di iniziati) goda dei benefici del Regno. Questa logica appartiene all’Antico Testamento o alle sette gnostiche. La Chiesa si deve far carico dei problemi di tutti: delle donne avviate con la forza alla prostituzione, degli immigrati costretti a vivere in clandestinità, dei diseredati e degli oppressi a causa di una giustizia “ingiusta”, dei disabili psico-fisici, di coloro che sono costretti a pagare il pizzo alle mafie o interessi stratosferici agli usurai, ecc… E cosa fa don Cozzi? Certo, quando un prete esce fuori dal suo comodo recinto
parrocchiale, dalla routine sacramentale, trova nuovi compagni di viaggio, magari non cristiani, semplici persone di buona volontà pronte a condividere un percorso, a cui nessuno ha il diritto di chiedere lumi sulla propria fede o la propria appartenenza politica. Che male c’è se un comunista come Forgione, un “montanelliano” come Travaglio, o, a livello locale, un ciellino come Piccenna o Grilli, decidono di fare un percorso comune per difendere la legalità in nome della giustizia, laddove viene palesemente negata!? E poi, la differenza tra Travaglio, Grillo e Libera di don Ciotti e don Cozzi è sostanziale. Mentre Travaglio denuncia il malaffare perché “non conviene economicamente ai cittadini essere governati da chi ruba” (trasmissione Che tempo che fa ? del 10 Maggio scorso), mentre Grillo attacca da par suo i corrotti, con un misto di comicità e scurrilità che fanno parte del personaggio, preconizzando con ottimismo l’imminenza della catastrofe, Libera, dal 1993, è radicata nella società a tutti i livelli per costruire una cultura
di legalità e di giustizia. Promuove seminari di formazione per trasformare la cultura della connivenza attiva e passiva col potere criminale in una cultura del bene comune e del senso civico. Favorisce la nascita di cooperative che operano sui beni confiscati alle mafie per testimoniare che dalla morte può nascere una nuova vita. E cosa c’è di più cristianodella rinascita di un territorio sottomesso per decenni alle cosche più sanguinarie che finalmente si riscatta per dare speranza alle nuove generazioni? Non sono forse veri testimoni cristiani don Peppino Diana e don Pino Puglisi, vittime di quella ferocia mafiosa che hanno deciso di combattere a viso aperto? Attenzione a non far passare per Cristianesimo una sorta di galateo delle buone maniere che, per non urtare i potenti, si rintana nelle sagrestie e predica l’avvento remoto di un regno invisibile. Questo sì che sarebbe, come dice Freud, l’avvenire di un’illusione, un cristianesimo che illude l’uomo e lo rassicura nel tempo presente, una panacea per le proprie nevrosi. Ma Cristo si è incarnato per fungere da farmaco antidepressivo, o per soccorrere gli ultimi e inaugurare nella storia un Regno di giustizia e di pace al quale ciascuno di noi deve collaborare nel suo piccolo?
5 commenti:
Non so se ho colto il significato di questi tre articoli, però mi sembra di aver colto alcune cose. Il primo di don Cozzi mi sembra un elogio a un uomo più che a Dio; da come parla sembra che qualsiasi uomo che abbia due genitori come Maria e Giuseppe e che senta il bisogno di aiutare il mondo, può diventare il salvatore. Non so se ha dimenticato la natura divina di Gesù o forse mi sto sbagliando io.
Riguardo alla signora Rivelli, secondo me è una che crede nell'ideologia cristiana, nei valori e nella morale cristiana. Ma io mi chiedo, se il Cristianesimo è solo un'ideologia, perchè non sosteniamo delle idee più vicine ai nostri problemi che comunque affrontano?
Riprendendo questi due articoli e gli altri seguenti, sembra che l'unico modo per sconfiggere la mafia o gli altri problemi sia denunciarli. Ma se un giorno mi trovassi di fronte a una situazione del genere cosa dovrei fare?
Basta denunciare il male o si può fare effettivamente qualcosa perchè gli uomini cancellino questo problema non dalla società (che sarebbe un concetto astratto) ma a cominciare da ognuno di noi?
PER DONATO: Ciao Donà... Sull'ultima cosa che hai scritto ci capiamo meglio di persona, anche se in parte è giusto...
Sull'analisi dei primi due, però, hai colto perfettamente il limite con una capacità sintetica straordinaria..
Mi sa proprio che stò blog lo dobbiamo fare insieme....
Fatto. Ho postato il mio contributo al dibattito. Quando vuoi puoi venire a farmi visita.
Pochi hanno reagito a questo post... Eppure c'era tanto tanto tanto da dire... Una buona parte di tutto questo la dirò io tra breve!! Non ho ancora finito di dire la mia.. Ciao
La tua lettera a don Cozzi ha sollecitato un dibattito interessante.
Le tue conclusioni?
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