mercoledì 23 luglio 2008

Alex Langer e l'aspirazione al Tutto

Il mio "incontro" con uno dei più straordinari suicidi italiani

di Pino Suriano

E’ recente il mio “incontro” con Alexander Langer, l’iniziatore del movimento dei Verdi in Italia. Si tolse la vita, tra lo stupore di tutti, nel luglio del 1995, impiccandosi a un albero di albicocche sulle colline di Firenze.

Per me è stato un “incontro” a dir poco sorprendente. Conoscevo Alex Langer come il fondatore dei Verdi, uno dei tanti pacifisti “senza se e senza ma”, un No Global ante litteram e nulla più. Quanto era superficiale questa mia impressione! E tale sarebbe rimasta, se mi fossi fermato a leggere la sua vicenda senza considerare quel tragico epilogo, che mi ha messo in corpo una domanda potente: “Ma come può un uomo così attivo e coerente, dopo aver speso tutta la vita nello sforzo di realizzare i propri ideali, rinunciare a tutto e buttarsi via per “mancanza di forza? Non dopo una sconfitta o una delusione, ma nel pieno della maturità e dell’attivismo politico, pochi mesi dopo la rielezione al Parlamento Europeo?”.

Nel tentativo di rispondere mi sono lanciato in lunghe letture di saggi e articoli che lo riguardassero. Così mi è capitato di scoprire che dietro l’impegno politico c’era qualcosa di più che un semplice pacifista buonista o un ecologista esasperato, e che quel drammatico finale rivelava un’ansia tutta umana, non appena quel cedimento psicologico chiamato in causa per spiegare la sua morte col solo intento di salvarne il mito.

Ho scoperto che tutta la vita di Alex fu segnata da una profondità eccezionale. Non dice poco, in tal senso, l’educazione ricevuta dal padre, medico ebreo, che lo aveva introdotto a una percezione totale della realtà, propria di quella tradizione religiosa e culturale. E non è insignificante neppure l’adesione di un giovanissimo Alex a Lotta Continua, un movimento in cui l’attivismo politico aspirava a un cambiamento radicale della società, a una concezione diversa della dinamica dei rapporti umani, a un nuovo “mondo possibile”.

Quando il movimento dovette soccombere per sua stessa implosione, Langer non rinunciò a farne propria l’aspirazione totale, prendendo di petto il movimento ecologista che cominciava a farsi strada nell’Europa degli anni ’80. Non vi è dubbio sul fatto che la prospettiva “totale” con cui si lanciò nell’esperienza abbia poco a che vedere con la spinta particolaristica che sembra oggi caratterizzare quel movimento.

A ispirare il suo ecologismo fu, infatti, la scoperta di un valore eccezionale in tutte le cose, in tutto l’essere, orientata al riconoscimento del valore della vita di ciascun uomo, compreso quello del domani. Si incontravano così ambientalismo e pacifismo, in questo sguardo stupefatto sulle cose, nella percezione di questa loro intrinseca sacralità, da proteggere al di là di ogni progetto umano di potere o di sviluppo.

Per affermarlo pienamente Alex non temette di farsi qualche nemico, facendo prevalere l’amore alle cose su ogni possibile deriva ideologica. Era il 1987 quando l’allora Cardinale Ratzinger pubblicò una presa di posizione della Chiesa sui temi della fecondazione artificiale e della sperimentazione sugli embrioni. Alex, insieme a pochi altri ecologisti, prese carta e penna per scrivere un documento di sostegno a quello di Ratzinger. Fu una presa di posizione senza mezzi termini, che scatenò le ire di tanti intellettuali di sinistra, tra cui alcuni suoi ex amici del Manifesto e altri dei Verdi, che subito lo tacciarono di tradimento e “oscurantismo ecologista”. Tutto questo perché aveva voluto affermare il suo rifiuto a rendere “la tecnica e l’uomo soggetti donatori di vita e di morte su comando”, perché “nessun uomo può pretendere di decidere l’origine e il destino degli uomini”. Quanto è diversa questa posizione da quella assunta dai Verdi italiani, tre anni fa, per il referendum sulla fecondazione!

Era fuori dall’ideologia anche il suo modo di concepire i rapporti. Dopo la morte vennero alla luce numerosi biglietti e scambi epistolari con tanti suoi ex alunni del liceo classico di Bolzano e persone comuni da lui conosciute negli anni. Non mancava di inviare a molti un saluto, un giudizio sulle emergenze della società e anche qualche personale confidenza sulla crisi personale che invadeva il suo cuore.

Lui, il parlamentare europeo stracolmo di impegni e sempre in giro per il mondo, non considerava superfluo un pensiero per il più semplice dei suoi conoscenti. Le persone incontrate nella vita erano un dono eccezionale da non buttare via. Questa sua caratteristica (lo dico per inciso) mi ha fatto ricordare in negativo la contraddizione di tanti professori di “sinistra” incontrati in università, sempre pronti a battagliare per “i diritti degli studenti” nei consigli di facoltà, ma quasi mai disponibili a spostare un esame o dedicare mezz’ora di tempo al singolo studente che lo chiedesse.

Erano questi gli ideali di Alex, freneticamente vissuti tra incontri, campagne elettorali, manifestazioni pacifiste ed ecologiste in tutto il mondo. Tanti lo guardavano, tanti lo stimavano desiderando di essere come lui, tanti hanno continuato a mitizzarlo anche dopo la morte.

Ma proprio mentre tutti lo osannavano, Alex, in uno scritto del 1990, si chiedeva: “Tu che ormai fai il militante da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia; ma da dove prendi le energie per fare ancora?”.

O ancora, nel discorso per la scomparsa di Petra Kelly: “E’ troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.

E’ questa distanza che lo ha ucciso, questa incolmabile sproporzione tra l’ideale umano e la sua possibile realizzazione. Quanto è acuto, in tal senso, il giudizio di Adriano Sofri in una recente intervista sulla fine di Lotta Continua: “La vera natura di Lc e la vera differenza dagli altri gruppi sta in una certa vocazione umana più intensa. Insomma, una vera avventura di rapporto con gli altri. Questo darsi tutto a tutti, torna in uno degli episodi finali di questa nostra storia, la morte di Alex Langer, vittima di questa aspirazione e della sua inevitabile sorte di soccombere”.

La vita e la morte di Alex, dunque, ci rimandano al cuore di questa aspirazione pienamente umana e del suo limite invalicabile. “Tutti cercano risposte da me – confidava ai più vicini negli ultimi mesi - ma io non ho risposte neppure per me stesso”. Le sue parole, oggi, sfidano l’illusione di ogni attivismo spontaneo e senza senso, di ogni impegno umanitario che si autogiustifichi ma sia staccato dall’impegno con il proprio bene, e drammaticamente ci ridicono che il più coerente impegno per l’umanità non risolve il più autentico e profondo bisogno della persona umana, la domanda sulla propria felicità e il proprio destino. Alex è morto da suicida sofferente, ma non è morto da illuso, cercando le uniche vere risposte che interessano all’uomo, quelle “per sé”. Un po’ come Cesare Pavese…


1 commenti:

Nathan 2000 ha detto...

Passo con notevole ritardo... che dire? Le considerazioni che fai sono molto complesse e semplici allo stesso tempo. Nella mia non brevissima vita (ho 45 anni... ho cominciato la mia vita 5 anni fa, secondo un noto detto ;-) ), ho sempre cercato di immergermi nella introspezione più profonda che mi fosse possibile. Ho scoperto di essere dotato (senza merito, solo per nascita) di una sensibilità molto alta e di una forza, a tratti sovrumana. L'accoppiata non è per nulla ottimale: la sensibilità e la forza possono essere un mix devastante se non hai la fortuna (come il sottoscritto), e sottolineo fortuna, di riuscire a scoprire il limite tra ideale ed utopia. Il mix di cui ho parlato è micidiale: una sensibilità che ti porta a soffrire patimenti enormi e... una forza che nulla può contrastare. E se è tanto forte da superare una forza come l'istinto di sopravvivenza... o la speranza, ecco che la frittata è fatta. Forse Alex Langer aveva questa smisurata sensibilità, questa forza superlativa. E non ha avuto la fortuna di riuscire a scorgere i paletti che ti consentono di contrastare entrambe.
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