“Pino, ma davvero ti piace Fiorello?”. “Che ci trovi in lui?”. Me lo hanno chiesto, su Facebook, alcuni amici, forse sorpresi dal mio spirito “ultrà” per lo show man siciliano.
Provo a rispondere, ammettendo subito che io stesso mi sorprendo a scoprirmi “tifoso” del più disimpegnato dei comici italiani, il campione dell’”Italia che ride per dimenticare”. Cosa mi piace di lui, allora? Paradossalmente proprio questo: il “disimpegno”.
Mi spiego. Non c’è, in lui, quel sentirsi “indispensabile” che ha caratterizzato tanta satira del martirio (da Guzzanti a Luttazzi), o tanta tv della missione civile (da Santoro a Saviano). Fiorello quasi ci tiene a mostrarci che non si sente portatore di una moralità superiore, non pensa assolutamente che il proprio pubblico sia la cosiddetta “parte sana” (ma esiste?) dell’Italia.
Anzi, rispetto a tutto ciò, arriva quasi come un toccasana per l’anima. Nel suo disimpegno intelligente c’è implicito un messaggio: la televisione, lo spettacolo, non salvano un bel niente. Come la politica, del resto.
Da questa leggerezza – di sé e del proprio compito – nasce la sua arte dissacrante. Perché solo se non ci si sente “sacri” e indispensabili (o almeno migliori degli altri) si è liberi di guardare le cose con gli occhi dell’ironia e dell’allegria. Senza isterismi, senza livori. Solo così si riesce a ridere di tutti. Perché di tutti (buoni e cattivi…ma esistono?) c’è da ridere. Perché in tutti c’è il limite, in tutti c’è l’umano.
La forza di Fiorello sta in questo: fa ridere perché sa ridere delle cose (come per Mike: lo abbiamo guardato per anni senza ridere, Fiorello ce ne ha fatto scoprire il lato comico).
Anche il suo pubblico, quando lo segue, diventa come lui. Per vedere Fiorello non c’è bisogno di sentirsi intelligenti, non c’è bisogno di chissà quale coscienza civile o purezza d’animo. Con lui non ridono solo quelli che leggono “Kant prima di andare a letto” (Umberto Eco dixit). Ne hanno diritto – per fortuna – anche quelli che fanno cose meno edificanti.
Mi piace pensare, poi, a un legame tra la sua leggerezza umile e la sua bella biografia di “salvato”: salvato dalla droga, grazie all’amore della moglie e per la moglie. Uno così sa di non essere un “perfetto”: questa umiltà lo rende subito il primo oggetto della propria ironia. “Guardatemi – sembra dire – anche io sono contraddittorio. Sono qui per i soldi. Per il successo. Perché dovrei fare l’eroe? Eroe di cosa?”.
Ho infine un’intuizione. La sua allegria non mi sembra priva si senso, nichilista. Lo si vede (l’ho seguito in radio per anni) da come parla dell’amore, della moglie, della figlia, della vita, di Dio: “ci credo ma ho molti dubbi, e questo non è buono, perché vorrei credere senza averli”. Nel suo invito all’“allegria” c’è qualcosa di bello, quasi un moto spontaneo dell’animo: “non c’è nessun motivo al mondo per cui non si debba essere allegri”. E’ vero. W Fiorello.
Pino Suriano
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